Dopo la risposta diplomatica, gli organi di propaganda si scatenano contro la nascita di un centro di missione della Cia dedicato alla minaccia cinese invocando la “guerra di popolo”

“Combattiamo una ‘guerra di popolo’ contro le spie, in modo che non possano muovere un solo passo e non abbiano luogo in cui nascondersi!”. Così la propaganda di Pechino ha reagito alla riorganizzazione della Cia con la nascita di due nuovi centri di missione, uno di questi dedicato proprio a quella che il direttore William J. Burns “la minaccia proviene dal governo cinese”, la “più importante minaccia geopolitica che affrontiamo nel XXI secolo”.

La reazione cinese, ha rivelato il South China Morning Post, è affidata a un account Weibo gestito dal Jiěfàngjūn Bào, il giornale ufficiale delle forze armate, che descrive la Cia come una forza straniera ostile, aggiungendo che “il servizio di intelligence degli Stati Uniti, che sta reclutando così sfacciatamente agenti speciali, deve avere metodi più sinistri e insopportabili dietro di sé”. E ancora: “Ma nessuna volpe astuta può battere un buon cacciatore. Per salvaguardare la sicurezza nazionale, possiamo solo fidarci del popolo, contare sul popolo”, ha aggiunto.

C’è anche un video di CCTV, la televisione di Stato, che ha fatto il giro del web cinese. Racconta la Cia sta reclutando agenti di lingua cinese che capiscono non solo il mandarino, ma anche varie lingue tra cui il cantonese, lo shanghainese, l’hakka e l’hokkien. Il filmato ha spinto molti diversi a insultare e deridere il profilo ufficiale Weibo dell’ambasciata statunitense in Cina.

Nei giorni scorsi la diplomazia cinese aveva accusato gli Stati Uniti di “mentalità da guerra fredda” – parole di Zhao Lijian, portavoce del ministero degli Esteri – e aveva messo in dubbio la sincerità del presidente statunitense Joe Biden di non “cercare una nuova guerra fredda” – riferimenti al ruolo del “popolo per aiutare a segnalare attività di spionaggio sospette” sono state fatti da Le Yucheng, viceministro degli Esteri. Come ricorda il South China Morning Post, il ministero della Sicurezza di Stato ad agosto aveva rivelato che l’anno scorso c’è stato un aumento di sette volte dei casi di spionaggio economico e finanziario rispetto ai cinque anni precedenti.

La reazione di Pechino è anche frutto del timing di Washington. La Cia, infatti, ha annunciato la riorganizzazione appena un giorno dopo l’incontro in Svizzera in cui Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, e Yang Jiechi, top diplomat cinese, hanno concordato una videoconferenza tra il presidente Biden e l’omologo Xi Jinping entro fine anno.

Il nuovo China Mission Center sembra nato per rispondere in particolare alle recenti preoccupazioni sulle attività spionistiche cinesi negli Stati Uniti. Leon Panetta, ex direttore della Cia segretario alla Difesa durante l’amministrazione di Barack Obama, ha spiegato a Politico che “la Cina rimane un obiettivo molto difficile da penetrare, e per questo motivo ha senso creare quel centro per stabilire un vero focus sulla Cina”. Nel 2017 il New York Times ha rivelato che le operazioni di spionaggio della Cia in Cina hanno subito un durissimo colpo tra il 2010 e il 2012, con almeno una dozzina di fonti uccise o scomparse.

Condividi tramite