Funzionari sauditi e iraniani si parlano e discutono una via per fermare la guerra in Yemen. Possibile? Contatti tra Riad e Teheran sono in corso, ma ci sono anche campagne di infowar per mostrarsi più aperti in questa fase dialogante della regione

L’Arabia Saudita e l’Iran hanno ripreso le attività di dialogo, con due round di incontri tra funzionari diplomatici tenuti a Baghdad in cui si è parlato anche di Yemen (da notare che l’Iraq si conferma come centro regionale per questo genere di iniziative). Secondo le informazioni esclusive pubblicate da Amwaj.media sarebbe in discussione un meccanismo per mettere fine alla guerra civile yemenita, dove i due Paesi si trovano sui due fronti.

Da un lato, i sauditi guidano la coalizione militare che da sei anni sta cercando di sconfiggere quelli che un tempo erano i ribelli separatisti del nord, gli Houthi (si scrive “un tempo erano ribelli” perché ora in realtà controllano quasi tutto il Paese). Dall’altro gli Houthi ricevono sostegno militare dai Pasdaran, la potentissima organizzazione militare teocratica iraniana, che passa agli yemeniti la tecnologia militare che gli permette di tenere testa alle forze saudite e continuare a tenere sotto scacco Riad lanciando in continuazione missili e droni contro il territorio saudita.

L’idea di entrare in guerra in Yemen è stata di Mohammed bin Salman, l’erede al trono e ministro della Difesa, che voleva mostrare le capacità del suo regno di catalizzare attorno a sé una serie di partner e alleati e dimostrare agli Stati Uniti che l’Arabia Saudita avrebbe potuto essere il magnate per costruire una “Nato Araba”. Il tempo è passato, di risultati ne sono arrivati pochi, e anzi Riad ha registrato l’abbandono del fronte da parte degli alleatissimi Emirati Arabi e un colpo durissimo opera degli Houthi, che nel settembre 2019 colpirono (con armi iraniane) stabilimenti petroliferi sauditi mandando in tilt la produzione della più grande delle petro-monarchie.

Se dunque adesso l’Arabia Saudita decide di muoversi verso una forma di distensione con l’Iran che passa dallo Yemen, la questione è significativa. Anche perché si tratterebbe di un dialogo tra Riad e il nuovo corso iraniano incarnato dal conservatore Ebrahim Raisi; dimostrazione di come il presidente eletto tre mesi fa ha comunque una visione pragmatica degli affari regionali. Allo stesso tempo, lo sforzo saudita si inserirebbe in un percorso di distensione che riguarda l’intera regione e che Riad sta guidando, in modo più tattico che strategico, anche su altre questioni come la riconciliazione col Qatar e la ricostruzione dei rapporti con la Turchia.

Va però aggiunto che ci sono contro-rumors che parlano di disinformazione da parte di Teheran. Amwaja sarebbe caduta nel tranello (o si sarebbe prestata) di un’operazione di infowar con cui la Repubblica islamica vuol mandare un messaggio di apertura anche in vista del ritorno al tavolo negoziale del Jcpoa. Secondo recenti dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri iraniano, non oltre novembre Teheran tornerà a sedersi al tavolo in cui a Vienna si parla di come ricomporre l’accordo sul nucleare del 2015 (in stallo dall’uscita unilaterale americana). Anche se fosse vera l’ipotesi di un’operazione di comunicazione politica, resta comunque da registrare che l’Iran anziché dimostrarsi muscolare in questo caso ha scelto la via di mostrarsi dialogante prima di sedersi davanti alle potenze del Consiglio di Sicurezza Onu, parti del Jcpoa.

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