Gli schieramenti si stanno posizionando per la partita quirinalizia. C’è movimento al centro. Spunta l’ipotesi Gentiloni, con Draghi fino al 2023. I grillini, in confusione, sperano in un bis di Mattarella

Siamo ancora in fase ‘spogliatoio’. I giocatori, radunati dagli allenatori, stanno contribuendo a disegnare sulla lavagna la strategia per scendere in campo al meglio. La partita è quella del Colle. Non c’è dubbio che, in questa fase, ci sia molto fermento al centro. Complici una serie di fattori (a partire dal picco dei populisti alle elezioni 2018, poi in calo costante) che stanno profilando una compagine interessante.

Carlo Calenda ha gonfiato i muscoli, dopo il risultato romano alle urne. La sua legione di elettori è pronta a formare un «movimento europeista senza sovranisti». Se fosse una partita a poker, si potrebbe dire che il suo ‘all in’ è su Draghi. Ma non solo fino alla fine della legislatura. Ad libitum. La congiunzione astrale che accarezzerebbe la tranquillità dei centristi sarebbe il tandem Mattarella-Draghi fino al 2026. Anno nel quale si chiuderebbe il capitolo di spesa e progetti legati al Pnrr.

Renato Brunetta ha aperto un fronte, ipotizzando una coalizione “liberale, popolare e socialista” che potrebbe creare un’aggregazione interessante a sostegno del candidato al Colle. Chiaramente, dalle parti di Forza Italia, da tempo si gioca la carta del Cavaliere. Forti anche dell’assoluzione sul caso Ruby, gli azzurri cercano di trainare in questa direzione e, come ha detto il senatore Dal Mas, “ci aspettiamo anche dal Pd una convergenza”. Il segretario del Pd Enrico Letta sembra aver definito “interessante” la proposta di Brunetta, ma individua nel Cav uno stigma: “Ha scelto Salvini e Meloni”. Dunque questo potrebbe essere uno scoglio per il sostegno dei dem a una sua potenziale corsa verso il Quirinale.

Una cosa, in questo quadro confuso è certa: il Pd desidera che il premier rimanga al suo posto quantomeno fino alla fine del mandato. Auspicio che trova conferma, fra gli altri, nelle parole del senatore dem Andrea Marcucci, già capogruppo a palazzo Madama.

Ma torniamo col timone al centro. Il leader di Italia Viva Matteo Renzi resta in silenzio mentre tesse la sua tela. Dopo il colpaccio del 2015, si sente ancora kingmaker in carica e manda avanti il suo pretoriano Ettore Rosato (vicepresidente della Camera) che non nasconde un certo interesse all’ipotesi prospettata dal ministro della Pubblica Amministrazione. Eppure, già da tempi non sospetti si era fatta strada l’idea di avere, come successore di Sergio Mattarella, un presidente che fosse emanazione diretta dell’asse centrista: Pier Ferdinando Casini. Un’altra idea è quella di lanciare Paolo Gentiloni, di cui parla esplicitamente oggi Calenda.

Il Movimento 5 Stelle è, attualmente, in una delle fasi più turbolente. L’agenda dei problemi che il presidente Conte deve affrontare è un diluvio di lamentazioni. Dalle reazioni dei parlamentari alle nomine dei vicepresidenti, il nodo sul terzo mandato ancora tutto da dipanare e la scelta del capogruppo. Una spruzzata di fondi venezuelani al movimento (notizia ancora tutta da confermare) e il quadro è completo.

Diciamo che i pentastellati sarebbero i più interessati a mantenere lo status quo, sperando in un bis di Mattarella e di Draghi. Tanto più che con la riforma sul taglio dei parlamentari (voluta dal loro) al termine della legislatura, la flotta grillina rischierebbe di vedere affondate tante unità. La frangia più nostalgica del guevarismo caro a Di Battista, è invece ostile a Draghi. Nel marasma, spunta anche il nome della guardasigilli Marta Cartabia, con la quale però i grillini sono arrivati ai ferri cortissimi, pur di difendere il mai domo Bonafede. Da qui a febbraio, le tattiche si affineranno. Sarà la storia a puntate del romanzo Quirinale.

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