Avvicinamento tattico alla Cina, necessità strategica (interna ed esterna) portano il ministro Lavrov a battere un colpo pro-Pechino su Taiwan

Per la Russia, Taiwan è parte della Cina: così il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha messo il marchio del Cremlino su una delle questioni di politica internazionale più calde delle ultime settimane. L’affermazione va molto oltre la “One China” policy che tutti i Paesi che pensano di intavolare una relazione Stato-Stato con Pechino devono riconoscere: ha valore strategico e tattico. Serve per posizionare Mosca all’interno delle dinamiche dell’Indo Pacifico, bacino in cui si deciderà gran parte della storia di questo secolo, e per marcare un ulteriore punto di contatto con la leadership cinese.

Le ultime settimane (che hanno accompagnato il “Doppio Dieci”, la festa nazionale della Repubblica di Cina, che nel mainland cinese viene ricordata come l’anniversario della rivolta dello Xinai) sono state piuttosto tese attorno al dossier Taiwan. Dozzine di velivoli da guerra cinesi hanno minacciato lo spazio aereo taiwanese con l’obiettivo di dimostrare che lo stretto che separa l’isola dalla terra-madre è non più di un lineamento geografico. Per il Partito/Stato questa continuità va ricomposta anche formalmente, come ha annunciato il segretario, il capo dello Stato Xi Jinping, con una riannessione su cui ora si passa con toni pacifici, ma in altre fasi e contesti non si sono escluse opzioni militari.

Qui sta il fine tattico delle parole di Lavrov: la Russia sa che per uscire dall’isolamento internazionale in cui è finita, oltretutto relegata come potenza di second’ordine anche a causa della crisi economica, l’appoggio della Cina può essere importante. Quanto rischioso. C’è una fitta schiera di strateghi attorno al Cremlino che teme che un definitivo scarrellamento verso il Dragone finisca con la Cina che si fagocita la Russia. Ma intanto, con la pandemia che dilaga (i morti raggiungono livelli record e tutto ciò che ne consegue) fare un piacere a Pechino è utile per ottenere qualcosa in cambio senza la necessità di cambiare (differentemente Usa e Ue pongono questioni valoriali come il maggiore rispetto dei diritti umani sui tavoli delle cooperazioni).

Da qui parte la doppia ragione strategica della dichiarazione di Lavrov. Da un lato ha valore interno, come tutte le posizioni prese da quei sistemi autoritari dove il cruccio quotidiano è il mantenimento della presa sul potere. Riconoscere il destino di una Taiwan cinese (destino dunque non affidato alle scelte dei suoi cittadini, come ha risposto Taipei agli slanci di riannessione di Xi) significa riaffermare posizioni simili su dossier casalinghi — siano essi la Crimea (o il Donbas) o l’Ossezia e l’Abcazia per fare altri due esempi. E conseguentemente significa pretendere la stessa posizione (sebbene forse meno esplicita) su quelle beghe casalinghe da parte della Cina, magari nei consessi internazionali (come il CdS Onu).

La seconda ragione ha fine più ampio: Taiwan è uno degli hotspot dell’Indo Pacifico, un quadrante in cui si crea il 60 per cento del Pil globale e due terzi della crescita globale. Essendo quelle in corso nell’area dinamiche molto geopolitiche, la Russia — unica grande potenza senza affaccio geografico nella porzione meridionale, quella cruciale, del bacino — ne soffre le limitazioni e cerca spazi nell’elevare la discussione al piano della politica internazionale.

Tant’è che Lavrov ha criticato anche l’Aukus e il Quad ossia i due aggregatori geopolitici con cui gli Stati Uniti intendono gestire la strategia indo-pacifica. “Questa dichiarazione riflette le preoccupazioni condivise dalla maggior parte dei Paesi del Pacifico asiatico. Aukus e Quad sono cricche ristrette che sono selettive e chiuse, e proclamano anche una mentalità da guerra fredda e giochi a somma zero”, ha replicato in perfetta coordinazione il ministero degli Esteri cinese: “Questo provocherà una corsa agli armamenti regionali, aggraverà la situazione e minerà la solidarietà e la cooperazione regionale”.

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