Approvata la proposta del senatore Petrocelli (M5S) di un’audizione del governatore dello Xinjiang, la regione in cui avviene la persecuzione atroce degli uiguri, sempre negata dal governo cinese. I deputati non cadano nell’inganno di Pechino, scrive Laura Harth*

Apprendiamo da diversi fonti che durante la riunione dell’ufficio di presidenza della commissione Esteri del Senato il 6 ottobre scorso, il presidente Vito Petrocelli, del Movimento 5 stelle, avrebbe comunicato che pochi giorni prima del summit dei leader del G20 a Roma avrà un incontro bilaterale con il suo omologo all’Assemblea nazionale del popolo cinese. Inoltre, ha avanzato la proposta – accolta – di un’audizione davanti alle commissioni Esteri congiunte di Camera e Senato dal governatore dello Xinjiang il 9 novembre prossimo.

A occhi inesperti, iniziative di questo tipo sembrano rientrare nella normale diplomazia parlamentare. Un’apparenza alimentata da Pechino sfruttando la mancanza di conoscenza delle tattiche asimmetriche di influenza del Partito comunista cinese, di cui l’Italia è bersaglio e su cui a breve uscirà un rapporto stilato da Sinopsis e il Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”.

La notizia che arriva dalle commissioni Esteri impone però una riflessione immediata. A partire dal fatto che l’Assemblea nazionale del popolo della Repubblica popolare cinese non è in nessun modo paragonabile a un Parlamento democratico e sovrano, come ammesso da Zhou Chengkui, ex vice segretario generale dell’Assemblea, in un’intervista con China Law Review nel 2018: “Il nostro lavoro di supervisione ha alcuni problemi. Vale a dire che l’Assemblea del popolo non osa vigilare”.

Ma non è tutto.

In questi anni di persecuzione atroce della popolazione musulmana nello Xinjiang – definita come “gravissime violazioni dei diritti umani da parte delle autorità cinesi” proprio dalla commissione Esteri della Camera stessa, con riferimenti alle pratiche illegali e di limitazione delle nascite, alla repressione della libertà religiosa, al sistema di lavoro forzato in fabbriche ubicate presso campi di internamento, alle detenzioni arbitrarie e all’uso di tecnologie di sorveglianza digitale con finalità repressiva –, Pechino ha a lungo negato in assoluto le accuse mosse nei suoi confronti aiutato dal muro di silenzio che recintava i pochi coraggiosi attivisti uiguri nel mondo.

Quando quel muro è stato infranto grazie alle dichiarazioni della Commissione Onu contro le discriminazioni razziali nell’estate 2018, la Cina si è vista costretto a cambiare arma passando a operazioni di propaganda massiccia per nascondere le sue politiche, da genocidio secondo diversi Paesi occidentali. Diplomatici lupi guerrieri, una marea continua di conferenze stampa con “testimonianze” forzate in diretta attraverso radio, televisioni, siti web e app in 15 lingue per raggiungere 200 milioni di spettatori, gite turistiche nello Xinjiang per diplomatici, politici e giornalisti “che riportano bene la storia della Cina”, rapporti da autori anonimi, calunnie e minacce nei confronti dei testimoni – in particolare le donne accusate regolarmente da funzionari dello Stato in conferenze pubbliche di “adulterio”, “portatrice di malattie venere” –, eccetera. Il tutto ovviamente negando qualsiasi verifica indipendente internazionale sul terreno, come lamentato dall’Alto commissario per i diritti umani Michelle Bachelet lo scorso settembre.

Per quanto Pechino sostiene quindi che quanto accade nello Xinjiang sarebbe un affare strettamente interno, non risparmia energie quando si tratta di diffondere il suo racconto nel mondo e censurare le testimonianze delle vittime o le verifiche indipendenti in loco. In questo sforzo continuo gli stranieri che si descrivono come gli ammiratori occidentali della Cina sono oro per Pechino, lodati per le loro posizioni dai media di Stato come accaduto di recente proprio al senatore Petrocelli, proprio per le dichiarazioni sugli uiguri.

L’operazione dell’audizione del governatore dello Xinjiang sarebbe un esempio eclatante di certi meccanismi che sfruttano persino coloro che si dichiarano neutri o addirittura apertamente critici del regime. La piattaforma offerta delle commissioni congiunte di Camera e Senato fornirebbe una legittimità inaudita, offrendo tutti i suoi componenti su un piatto d’argento alla macchina della propaganda cinese.

Ecco perché mi permetto di rivolgere a deputati e senatori membri un invito a difesa della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto: nel caso non si possa cancellare l’audizione, rifiutino pubblicamente di partecipare.

Non ci si illuda che si possa contrastare lo scopo di chi ha messo in piedi tale operazione con domande critiche o con audizioni aggiuntive delle vittime del crudele regime comunista. Non ci si faccia sedurre dall’idea utopica di un “confronto libero” sullo Xinjiang con un esponente del regime, le quali posizioni sono già ampiamente disponibili in Italia grazie alla libera circolazione delle informazioni negata dalla censura nella Repubblica popolare.

Il Parlamento italiano non si faccia utilizzare da chi opprime con tutti i mezzi a sua disposizione la conoscenza e il libero dibattito democratico. La vostra immagine – e attraverso voi l’immagine dell’Italia intera – non diventi parte integrante della difesa dei crimini del Partito comunista cinese.

 

*L’autore è campaign director di Safeguard Defenders, coordinatore scientifico del  Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, regional liaison Ipac e advisor di Hong Kong Watch

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