La Cina era tra i “cattivoni” della Cop e si ostina a non voler aggiornare davvero i suoi obiettivi. Intanto studia un piano sul metano, grazie agli Usa, e registra un lieve calo di emissioni. Pechino sottolinea che i suoi progressi si misurano in azioni e non in parole

Il più grande inquinatore del mondo si muove a passi piccoli ma decisivi sul terreno della transizione ecologica. Oggi un funzionario del Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente cinese ha comunicato aggiornamenti sulla stesura di un piano per tagliare le emissioni di metano, strategia cruciale per limitare gas climalteranti nel breve periodo e contenere il riscaldamento sotto i 2°, sperabilmente 1,5°, rispetto ai livelli preindustriali.

La mossa cinese dà seguito all’accordo verde tra Cina e Usa, i due principali emettitori di metano al mondo, stipulato alla Cop26 di Glasgow. Parlando a una conferenza stampa il vicedirettore del dipartimento per il cambiamento climatico, Lu Xinming, ha definito la formulazione di un piano d’azione “una misura importante per attuare la dichiarazione congiunta sino-statunitense”.

La sfida del metano

Agire velocemente sul metano è cruciale per sperare di rimanere entro gli obiettivi prefissati. La molecola proviene perlopiù dalla produzione di energia (con annesse fughe di gas), dall’allevamento, dall’agricoltura e dal decadimento di rifiuti organici. Resiste molto meno della CO2 in atmosfera ma riscalda 80 volte tanto prima di iniziare a degradarsi nel giro di un ventennio. Tuttavia intervenire sulla dispersione del gas è relativamente semplice, si può fare tramite soluzioni tecnologiche a disposizione già oggi. Basta organizzarsi.

Questa la ratio dietro al Patto globale per il metano a trazione statunitense e sottoscritto da 90 Paesi (tra cui quelli Ue). Non vi fa parte la Cina, che fino all’ultima Cop non aveva nemmeno piani al riguardo; per questo l’accordo con la potenza rivale era tanto insperato quanto benvenuto. Lu non ha specificato una data di presentazione del piano cinese sul metano (che secondo una fonte di Reuters verrà pubblicato nel 2022) ma alcune aziende energetiche cinesi hanno già fissato degli obiettivi per ridurre le emissioni.

“Svolgeremo una ricerca approfondita sulla situazione del controllo delle emissioni di metano in Cina e fisseremo misure efficaci di riduzione delle emissioni per l’estrazione del carbone, l’agricoltura, i rifiuti solidi e il trattamento delle acque reflue, così come i settori del petrolio e del gas naturale”, ha detto Lu, aggiungendo che il Ministero stabilirà degli standard per la riduzione e l’utilizzo delle emissioni di metano nelle industrie del carbone e del petrolio e incoraggerà le aziende a ridurre le emissioni di metano attraverso gli scambi di mercato.

Meno carbone sul fronte orientale?

Carbon Brief riporta anche che le emissioni cinesi di CO2 (le più alte al mondo se prese complessivamente) sono scese per la prima volta da quando è iniziata la fase di ripresa postpandemica, di 0,5%. È la prima inversione di tendenza dall’incremento di circa 9% nella prima metà del 2021.

Il fenomeno è ascrivibile all’aumento globale dei prezzi del carbone, cosa che ha portato a un razionamento dell’elettricità e un pesante rallentamento in comparti industriali ad alta intensità energetica, come acciaio e cemento, le due industrie più inquinanti dopo quella del carbone. C’entra anche la caduta della domanda di materiali da costruzione in seguito al crollo del settore immobiliare connesso alla vicenda Evergrande.

Nonostante gli esperti abbiano indicato che la Cina può raggiungere il picco di emissioni nel 2024 e iniziare a limitarle dal 2025, gli emissari cinesi alla Cop26 si sono rifiutati di alzare il livello di ambizione climatica a scapito della crescita. C’erano Pechino e Nuova Delhi dietro alle lacrime del presidente della conferenza sul clima, Alok Sharma, che si è visto annacquare all’ultimo un testo più impegnativo per le parti. Per quanto riguarda il resto del mondo, la Città Proibita ha intenzione di continuare ad aumentare produzione ed emissioni fino al 2030 per poi puntare alla neutralità climatica entro il 2060, dieci anni più tardi degli occidentali.

“Azioni, non parole” (ma nemmeno obiettivi adeguati)

Tuttavia alcuni analisti intravvedono i semi di un mezzo ravvedimento sulla via della transizione. A settembre, nel pieno della crisi energetica, il premier Li Keqiang disse che “alla luce della situazione attuale, dobbiamo approfondire i calcoli e le analisi, e […] proporre un calendario e una tabella di marcia per il picco delle emissioni”.

Questo non si è concretizzato negli obiettivi presentati alla Cop, ma altrove, come nel piano d’azione del governo cinese e nelle “politiche adottate in risposta alla crisi del carbone”, scrive Carbon Brief, le quali “stanno anche sostenendo la transizione economica ed energetica, aumentando i prezzi dell’elettricità per gli utenti industriali e incentivando l’acquisto di elettricità pulita”.

Il delegato cinese alla Cop26, Xie Zhenhua, non ha perso l’occasione per enfatizzare che l’approccio cinese alla transizione si esprime meglio in azioni rispetto agli obiettivi che si prefiggono gli altri Paesi. Una strategia opportunista, per non dire altro, che lascia Pechino libera di inquinare a favore della propria espansione economica e a scapito del clima globale.

Tuttavia la Cina, in qualità di potenza mondiale, è anche conscia di non poter rimanere troppo indietro rispetto al resto del mondo – pena lo sdegno diplomatico e soprattutto il commercio, che sarà sempre più valutato su basi climatiche. È più che probabile che le emissioni cinesi tornino a salire nei prossimi mesi, ma per gli analisti ci sono ragioni per essere un po’ meno pessimisti: forse Pechino può rivelarsi meno riottosa del previsto.

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