La priorità del Dragone è la stabilità finanziaria e la gestione dell’enorme debito del comparto immobiliare. Tutto va a discapito della crescita, ma non solo. Il report dell’Atlantic Council che mette in guardia l’Occidente

Debito o crescita, questo è il problema. La Cina sta per archiviare un 2021 al cardiopalma. Prima il fantascientifico rimbalzo del Pil a pandemia ancora in corso (+18,3% nel primo trimestre), poi l’esplosione della crisi del debito figlio del collasso del settore immobiliare. Infine il rallentamento inesorabile della crescita, con un Pil che se per fine anno andrà oltre il 5% sarà un miracolo. E proprio qui sta il punto.

Sembra proprio che Pechino abbia scelto la stabilità delle proprie finanze, sacrificando un po’ di crescita. Poco male, fosse un problema solo cinese. Invece no, l’affare è più grande del previsto. Se rallenta la seconda economia mondiale, quella fabbrica del mondo origine della pandemia e dalle finanze sballate, si ferma anche il mondo. E allora la scelta della Repubblica Popolare, ridurre i flussi di credito alle costruzioni e impedire alle banche qualsiasi forma di speculazione, rimettendoci decimali di Pil, avrà il suo costo per le economie avanzate. Di questo è più che convinto  Hung Tran, economista senior fellow presso l’Atlantic Council, con un passato al vertice dell’International Institute of Finance ed ex vicedirettore del Fondo monetario internazionale e che proprio alle politiche cinesi per fronteggiare il debito ha dedicato un’analisi.

L’OCCIDENTE VITTIMA DELLA CRISI CINESE

“Il governo cinese ha cercato di rallentare e persino invertire la crescita del debito, in linea con i consigli del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, tra gli altri”, è la premessa di Tran. “Tali sforzi non hanno avuto successo, almeno fino ad oggi. Il problema è che le politiche messe in campo da Xi Jinping per ridurre il debito, ha un costo che si paga in termini di crescita. La Cina, insomma, cresce meno perché cerca di tamponare il debito attraverso la riduzione dei flussi e le grandi economie occidentali debbono prepararsi a un rallentamento cinese “.

L’esperto ricorda come “al centro della campagna di riduzione dell’indebitamento societario ci sia la politica delle tre linee rosse, varata nell’agosto 2020, secondo la quale una società immobiliare non può contrarre nuovo debito a meno che il suo rapporto debito/attività non sia inferiore al 70%, il suo rapporto debito/capitale netto inferiore al 100% e il suo rapporto liquidità/debito a breve termine superiore al 100%. Ora, molti gruppi immobiliari non hanno soddisfatto i requisiti delle linee rosse e quindi non sono stati in grado di prendere in prestito nuovo debito per rifinanziare il vecchio. Di conseguenza, sono caduti in difficoltà, costringendo Pechino a rivedere il baricentro della propria politica economica”.

PRIMA IL DEBITO, POI IL PIL

Il collasso di Evergrande e di molte altre realtà immobiliari, ha sostanzialmente spinto le autorità cinesi a preferire “la ristrutturazione pre-default, se possibile, soprattutto nei confronti dei creditori internazionali, incoraggiando le società statali a fronte ai loro obblighi finanziari. Inoltre, il governo è pronto ad allentare la sua politica quanto basta per evitare che le difficoltà delle stesse società immobiliari si diffondano all’intero settore, o ad altri, causando instabilità finanziaria sistemica. Questa strategia”, scrive Tran, “altro non è che il tentativo della Cina di instillare disciplina nei suoi mercati finanziari”.

“Finora, le autorità cinesi sembrano essere intenzionate a mantenere la rotta nel portare il debito societario a livelli più sostenibili, almeno al al 100% del Pil. Ma per farlo sarà necessario rallentare un’economia alimentata dallo stesso debito, almeno per il prossimo futuro. In particolare, il rallentamento risultante dalla riduzione dell’indebitamento immobiliare potrebbe ridurre la crescita del Pil cinese di 1 punto percentuale all’anno, fino al 2025, portando la crescita a un range compreso tra il 4% e il 5% nei prossimi anni”.

SCELTE CINESI, GUAI GLOBALI

Chi ci rimette con la frenata cinese non è tanto Pechino, quanto il mondo, per il quale “le implicazioni sarebbero meno favorevoli. Dal crollo del 2008 e dalla conseguente Grande Recessione, la crescita della Cina è stata un forte vento in poppa per l’economia globale e in particolare per i mercati delle materie prime, a beneficio di molti paesi in via di sviluppo. In futuro, tali venti favorevoli saranno molto più deboli e, in casi specifici in cui le esportazioni in calo verso la Cina non possono essere dirottate altrove, potrebbero trasformarsi in venti contrari. Con il rallentamento della crescita, alimentata dal debito della Cina, molte economie potrebbero incontrare un difficile contesto economico esterno”.

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