La doppia pandemia, tra vaccinati e non vaccinati, non riguarda solo le scelte personali in Occidente: in molti Paesi del mondo non sono ancora disponibili vaccini e piani di vaccinazione adeguati

Ieri la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha detto: “I dati mostrano che le persone vaccinate hanno molte meno probabilità di ammalarsi gravemente di Covid-19, di dover essere ricoverate in ospedale o di morire. […] Se guardiamo ai tassi di ospedalizzazione e mortalità, non possiamo che dire di avere a che fare principalmente con una pandemia di non vaccinati. Ecco perché la nostra massima priorità è e rimane quella di continuare a portare avanti le vaccinazioni”. La Commissione contemporaneamente ha pubblicato un’infografica molto chiara: dove ci sono meno vaccini, ci sono più morti legati al coronavirus SarsCov-2 responsabile della pandemia che da due anni ha scombussolato l’ordine mondiale.

L’aspetto della doppia epidemia è la questione cruciale del momento: l’esigenza di vaccinare quante più persone possibile è una priorità dei vari governi europei legata alla consapevolezza che se dovessero crescere il numero degli infettati e con esso quello dei ricoveri – tra i non vaccinati – automaticamente gli effetti di possibili restrizioni si produrrebbero sull’intera popolazione. Per essere chiari: se le terapie intensive si intasano nuovamente perché molti non vaccinati vengono ricoverati nei reparti speciali, a farne le spese sarebbe comunque tutta la popolazione – sia direttamente, perché sarebbero bloccati procedimenti medico-sanitari non indispensabili, sia indirettamente perché potrebbero essere introdotte misure per moderare la crisi.

Se questo avviene nei Paesi più fortunati, dove la questione delle vaccinazioni è collegata a scelte personali o a certe interpretazioni politiche, altrove esistono condizioni dove si chiedono i vaccini ma non sono disponibili. Le due epidemie tra vaccinati e non di cui parlava von der Leyen diventano allora qualcosa di diverso: c’è chi ha i vaccini e può vaccinarsi, c’è chi non ha i vaccini e non può vaccinarsi. Essendo quella collegata al Covid una pandemia – ossia un’epidemia su scala globale – questo elemento non è trascurabile. Così come il peso dei non vaccinati ricade su tutta la popolazione, se una parte di mondo resta senza vaccinazioni, e dunque il virus continua a correre, sarà molto più complicato debellarlo – anzi, la continuazione della diffusione potrebbe produrre nuove varianti che potrebbero resistere ai vaccini somministrati e progettati.

È il caso della B.1.1.529, che arriva dal Sudafrica (o per lo meno lì è stata identificata per la prima volta), un paese del G20 che ha il 23,8 per cento di cittadini completamente vaccinati. La variante, definita “Omicron”, è stata catalogata come “preoccupante” stando alle dichiarazioni rilasciate dall’Oms — sebbene vadano ancora approfonditi molti aspetti. Intanto, per primo il Regno Unito, e poi l’Unione europea (Italia compresa) hanno chiuso i voli non solo dal Sudafrica, ma anche da Namibia, Botswana, Zimbabwe, Lesotho ed Eswatin. L’effetto di questa situazione (parte di quella doppia pandemia in circolazione) è stata una caduta generale delle borse internazionali, preoccupate che la diffusione di una variazione del virus in grado di bucare i vaccini possa portare a nuovi lockdown e blocchi delle attività.

Dopo l’identificazione della una variante Omicron, il presidente statunitense, Joe Biden, ha invitato le nazioni nell’Organizzazione mondiale del commercio, che si riuniranno la prossima settimana, a rinunciare alla protezione della proprietà intellettuale per i vaccini e dare una spinta alla campagna globale per combattere il Covid. C’è un’altra infografica infatti molto esplicita, prodotta da Kavja Beheraji per Axios sulla base dei dati raccolti da “Our World in Data”: si spiega come procede la vaccinazione in varie aree del mondo, ed è evidente come i paesi più poveri stiano soffrendo la scarsità di sieri e i blocchi culturali, politici e amministrativi sulle somministrazioni. Circa il 55 per cento della popolazione globale è stata vaccinata ad oggi – solo il 5,4 di cittadini dei paesi più poveri hanno ricevuto almeno una dose.

“[Prima] non c’era fornitura, o ce n’era molto poca, e stava procedendo lentamente”, ha detto Seth Berkley, Ceo di Gavi Vaccine Alliance, “un ente di cooperazione mondiale tra soggetti pubblici e privati, che dichiara lo scopo di assicurare l’immunizzazione per tutti” (definizione di Wikipedia). Berkley è anche la persona di riferimento dell’iniziativa globale Covax, programma internazionale che ha come obiettivo l’accesso equo al mondo dei vaccini: “Naturalmente, la grande preoccupazione è stata quella dei paesi che sono rimasti indietro”, ha detto ad Axios, ma adesso “quella fornitura sta arrivando in grande stile, e quindi smetteremo di vedere la fornitura come una barriera molto presto”. “Tuttavia, —aggiunge  — ci saranno ancora alcuni paesi che rimarranno indietro, e questo a causa dei problemi legati ai collo di bottiglia”.

La questione dei “colli di bottiglia” riguarda il blocco che le supply chain globali stanno subendo: navi ferme ai porti perché la logistica degli scali è andata in tilt, incapace di gestire un’inaspettata impennata di richieste, effetto della parziale ripresa post-pandemia. Ripresa forte perché spinta dai paesi più sviluppati (e per questo parziale) che hanno ricominciato a consumare prodotti di vario genere, i quali però faticano ad arrivare sul mercato a causa dei blocchi in questi centri di gestione enormi – come il porto di Los Angeles o di Shanghai. Problema pazzesco, affrontato recentemente anche al G20.

Uno degli obiettivi di Covax è garantire che tutti i paesi del mondo abbiano raggiunto almeno il 20 per cento di vaccinati entro la fine del 2021: considerando che manca poco più di un mese alla deadline, l’obiettivo verrà probabilmente mancato, visto che in alcuni stati la percentuale di vaccinati è molto bassa – 42 di questi sono al di sotto del 10 per cento attualmente, ed è difficile che possano rimontare. Molti di questi sono in Africa, dove la pandemia è un’altra delle discriminanti tra il continente e il resto del mondo, e dove gli effetti del Covid sono comunque stati meno visibili sia perché la popolazione è mediamente più giovane, sia perché sono carenti anche i metodi di diagnosi e catalogazione.

In molti casi, come spiegato anche da Berkley, le sfide da affrontare vanno infatti oltre alla carenza di forniture – o delle siringhe e degli operatori sanitari per somministrarli. Ci sono problemi con la catena del freddo necessaria per trasportare e conservare le dosi di Pfizer e Moderna, c’è una pianificazione logistica inadeguata (sia per la distribuzione che per le somministrazioni) e poi ci sono le ritrosie ideologiche. La narrazione occidentale a proposito degli effetti negativi dei vaccini, che si diffonde su internet e arriva ovunque, spesso si posa su un substrato fertile per credenze culturali e religiose. È qualcosa che ha riguardato già diversi cicli vaccinali per altre patologie.

Risultato: tra i 92 paesi a basso reddito sostenuti da Covax, la metà ha usato meno del 75 per cento delle dosi ricevute, secondo un’analisi della Covid Global Accountability Platform. Covax sta lavorando paese per paese per cercare di risolvere queste sfide, dice Berkley, sia che questo significhi reperire attrezzature o inviare squadre mediche. Ma Covax sta iniziando a considerare gli “indicatori di prontezza” per le capacità di ogni paese di distribuire le dosi prima di spedirle, e riconosce che alcuni paesi con tassi di vaccinazione molto bassi saranno sempre più indietro nei prossimi mesi, spiega Berkley.

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