Gli Stati Uniti chiedono agli alleati di gestire le crisi in atto in Africa e Medio Oriente perché non intendono più spendere troppo nel coinvolgimento per governare quei processi, ma allo stesso tempo hanno necessità di stabilità

Due scoop giornalistici — che raccontano come gli Stati Uniti stiamo pressando per ottenere la collaborazione di Emirati Arabi e Israele nella soluzione del golpe in Sudan — spiegano meglio di ogni teoria quello che Washington pensa e vuole dall’area Mena. L’acronimo è quello noto usato dalla dottrina strategica americana per individuare una regione di mondo vasta e complessa che comprende il Medio Oriente e il Nord Africa — ma scende in profondità fino a un’ipotetica linea est-ovest che dal Corno d’Africa taglia il continente per arrivare al Golfo di Guinea. Per gli americani la parola d’ordine è stabilità, perché individuano i vari dossier della macro-regione come concatenati. Un’interpretazione simile l’ha fornita qualche settimana fa il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, che ha usato il termine continuità per individuare l’impegnò dell’Italia in Africa — parte di quel Mediterraneo Allargato che è concetto simile, più moderno magari, del Mena.

Questa necessità di stabilità e questa visone sulla continuità escono sul caso sudanese, dove la componente militare dell’istituzione di transizione — che dovrebbe guidare il Paese verso le elezioni fissate in sede onusiana per il 2023 — ha preso il potere sospendendo ogni attività del governo e intestandosi con la forza il processo. Secondo Eli Lake di Bloomberg gli americani stanno pressando Abu Dhabi (che ha buone entrature sul lato militare di Khartum, a differenza degli Usa che coprono la sponda politica rappresentata dal premier arrestato Abdalla Hamdok) per ottenere il ritorno alla normalità. Stessi argomenti, secondo Barak Ravid di Axios, vengono usati con Gerusalemme (la giunta sudanese era in Israele tre settimane prima del golpe).

Emirati e Israele sono angoli del sistema politico, economico, commerciale, securitario di cui si compongono gli Accordi di Abramo, l’intesa per normalizzare le relazioni tra stato ebraico e Paesi arabi fortemente voluta da Donald Trump e protetta da Joe Biden. La ragion d’essere degli Accordi è molto più qualitativa che quantitativa e racconta la necessità americana di disimpegnarsi da quell’area sopra descritta costruendo attorno a sé un sistema ordinato che possa garantirne i dovuti interessi, e che si possa occupare di gestire problemi e tensioni per conto di Washington. Questo disimpegno — e disingaggio — è importante perché gli Stati Uniti devono concentrarsi su altre aree del mondo in cui si gioca maggiormente la competizione con la Cina, vedi l’Indo Pacifico.

Ma contemporaneamente l’America, per ora unica reale potenza globale, non può permettersi di abbandonare nessuno: pena la creazione di bubboni di instabilità, l’apertura di crepe in certe alleanze, la penetrazione all’interno di quelle faglie dei rivali (siano la Cina o la Russia, ma anche la Turchia o l’Iran o altri tipi di competitor). Cercare la sponda degli alleati significa ricordare a questi il senso di accordi e intese che Washington ha catalizzato; a dare importanza a quegli alleati su faccende che li riguardano più da vicino; a ricordare a tutti che l’America è comunque presente su certi dossier. Quello sudanese è paradigmatico: dietro alla mossa dei militari potrebbero esserci disturbi dall’esterno (c’è chi evoca una destabilizzazione voluta dalla Russia e lo stesso vale altrove), mentre Washington da settimane chiedeva ai due lati di evitare derive (richiesta che toccava entrambi, ma veniva avanzata coprendo le spalle a Hamdok).

Questo genere di attività serve anche a creare pressione su Paesi come il Sudan, che hanno estrema necessità di ricevere l’aiuto americano (dopo gli Accordi di Abramo, Khartum è stato tolto dalla lista degli stati paria e da questo riceve maggiore apertura internazionale sotto tutti i punti di vista). Fondamentalmente per Washington è necessario evitare il contagio: il golpe sudanese viene trattato alla stregua della crisi del Tigray: anche lì gli americani fanno pressioni dirette e chiedono coinvolgimento agli alleati per fermare la guerra. In quell’aerale dove continuità e stabilità sono alla base del pensiero americano, il Sudan e l’Etiopia si vanno a sommare al Mali e al Ciad, alla Nigeria per metà in mano all’Is, al Nordafrica debolissimo (in Libia, ma anche in Tunisia, Algeria e Marocco): condizione inaccettabile per una potenza che intende governare quelle dinamiche da remoto per concentrarsi su altro.

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