Il board straordinario durato oltre 4 ore certifica l’offerta del fondo statunitense, pronto a investire 50 centesimi ad azione per rilevare l’ex monopolista. Draghi avrebbe messo in piedi un supercomitato di ministri e tecnici per valutare il dossier, e c’è da fare i conti con i francesi di Vivendi. Incerto il futuro dell’ad Gubitosi

Kkr vuole Tim e la vuole tutta, con il placet di Mario Draghi. Sembra lontano anni luce quell’ultimo scampolo di estate 2020, quando l’allora governo Conte pose le basi per la creazione della società per la rete unica riunendo l’infrastruttura di rete di Tim e Open Fiber (allora ancora partecipata da Enel, disimpegnatasi pochi mesi dopo con l’ingresso per 2,65 miliardi del fondo australiano Macquarie) in una unica realtà industriale, possibilmente a trazione pubblica.

Oggi per l’ex monopolista, dal 2018 sotto la guida di Luigi Gubitosi, successore di Amos Genish, si sono aperti due fronti, uno più caldo dell’altro, con un’offerta piombata sul tavolo del consiglio di amministrazione destinata in un modo o nell’altro a sparigliare le carte nelle telecomunicazioni italiane.

PARTITA DOPPIA

Per l’ex Telecom la partita è doppia. Da una parte l’offerta per rilevare il gruppo da parte di Kkr – il fondo americano con 430 miliardi di asset gestiti già azionista al 37,5% di Fibercop, la società che punta a cablare l’Italia – finita sul tavolo di un board domenicale cominciato 20 minuti dopo le 15 e che più straordinario non poteva essere. Una mossa pronta a tramutarsi in Opa, che a essere onesti era legittimo attendersi.

Tanto per cominciare, nei giorni scorsi, attraverso i cuoi canali diplomatici, Kkr avrebbe sondato il governo di Mario Draghi, dal quale tuttavia non sarebbero arrivate indicazioni, come di consueto, essendo Tim una società privata quotata. E poi ci sono i verdetti della Borsa. Le azioni Tim sono scese fino a un minimo di 0,306 euro lo scorso due novembre, ma nelle ultime sedute i volumi di scambio si sono intensificati e il titolo è salito fino a 0,346 euro di venerdì 19 novembre.

Valori comunque sotto-performanti secondo molti osservatori e diretta conseguenza del profit warning emesso lo scorso 28 ottobre, che ha acceso un faro sui conti dell’azienda, non proprio brillanti in questi ultimi mesi. I ricavi del terzo trimestre sono diminuiti del 2,1% rispetto a un anno fa a 3,83 miliardi di euro. L’Ebitda è calato del 5,9% e dell’8,3% per quanto riguarda il business domestico. I primi nove mesi al 30 settembre si chiudono con una flessione dello 0,4% (che diventa un -2,2% nel dato contabile) a 11,4 miliardi di euro. Tutto questo ha probabilmente reso più vulnerabile Tim ma soprattutto portato alla luce tutto il malessere di Vivendi, la media company francese azionista al 23,9%.

I cui esponenti in consiglio, e qui si apre il secondo fronte per Tim, hanno recapitato al presidente Salvatore Rossi una lettera dai toni aspri, esprimendo preoccupazione e chiedendo con urgenza un board straordinario (in programma venerdì 26) per discutere di governance e dello stato di deterioramento dei conti aziendali. Nel mirino, in particolare la gestione di Gubitosi, manager dall’elevata esperienza dentro e fuori le telecomunicazioni ma ora, secondo i rumors, con una parte consistente del consiglio schierata contro. Ci sono di mezzo i risultati dell’ultimo trimestre considerati non positivi, anche perché l’accordo con Dazn per portare la seria A su Tim Vision non ha portato i numeri attesi.

KKR SCOPRE LE CARTE

Sicuramente, la questione più impellente è l’offerta di KKr. La nota diffusa dopo 4 ore di consiglio, lascia poco spazio all’immaginazione.  “Il cda di Tim ha preso atto della intenzione del fondo Usa Kkr, allo stato non vincolante e indicativa, di effettuare una possibile operazione sulle azioni di Tim attraverso un’offerta pubblica di acquisto sul 100% delle azioni ordinarie e di risparmio della società, volta al delisting”, si legge.

Per quanto riguarda il prezzo indicato da Kkr nella manifestazione d’interesse, sarebbe “da pagare interamente per cassa – da considerarsi allo stato, oltre che non vincolante, anche meramente indicativo – e pari a 0,505 euro per azione ordinaria o risparmio”. Cifra che rappresenta un premio del 46% sull’ultimo valore di chiusura in Borsa, venerdì. Ma il fondo Usa vuole il placet del governo e dunque di Draghi. La manifestazione di interesse “è, allo stato, condizionata tra l’altro allo svolgimento di una due diligence confirmatoria di durata stimata in quattro settimane, nonché al gradimento da parte dei soggetti istituzionali rilevanti e dell’autorità di governo”.

PALLA A VIVENDI

C’è poi da capire il ruolo di Vivendi, grande sponsor della rete unica purché sia a controllo Tim e promotore, come si è visto, di un ricambio al vertice. Non è chiaro se la media company che fa capo al bretone Vincent Bolloré abbia intenzione di alzare la contraerea in caso di Opa (la potenza di fuoco di Kkr è indubbia). Un socio che vale quasi il 24% (la scalata dei francesi risale al governo Renzi) non può essere bypassato ne tanto meno ignorato. La nota diffusa in mattinata, a valle dell’indiscrezione del CorSera sul blitz di Kkr, è d’altronde ambigua.

“Vivendi è un investitore a lungo termine in Telecom e lo è stato fin dall’inizio. Vivendi nega fermamente di aver avuto discussioni con qualsiasi Fondo, e più specificamente, con Cvc. Vivendi ribadisce la propria volontà e disponibilità a lavorare al fianco delle autorità italiane e delle istituzioni pubbliche per il successo a lungo termine di Tim”. Come a dire, da una parte almeno per ora non sono state prese contromisure, chiamando in causa altri player, dall’altra però si ribadisce la volontà di rimanere socio di peso.

GOLDEN POWER O NO?

Naturalmente, il governo è parte integrante della partita. Non solo perché ad oggi Tim detiene la principale infrastruttura di rete (quella in rame) del Paese ma anche perché un’eventuale società per la rete unica non potrebbe non avere come socio lo Stato italiano, per mezzo di Open Fiber, di cui il 60% è in mano a Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta azionista al 9,8% dell’ex monopolista. Impossibile, dunque, non prevedere una qualche forma di ruolo dell’esecutivo, per ora trinceratosi dietro un no comment a mezzo fonti del Mise, ma il quale, giova ricordarlo, può sempre ricorrere al Golden power per riportare la rete sotto il cappello pubblico, incluso l’infrastruttura estera di Sparkle. C’è da dire che Kkr potrebbe anche fungere da booster per la creazione della società della rete, ma questo è tutto da vedere.

Fonti di governo confermano l’ipotesi di un supercomitato di ministri e tecnici per valutare il dossier Tim. Mantenendo tre principi: neutralità, investimenti per le infrastrutture e la tutela del lavoro.

“Il mercato è il mercato e va rispettato, ma la rete è la rete. Ennesimo balletto intorno a Tim, al quale non si può guardare con distrazione o facendo affidamento soltanto sulle libere dinamiche economiche”, ha messo subito in chiaro in una nota il senatore Maurizio Gasparri membro del Comitato di Presidenza di Forza Italia. “La rete di telecomunicazioni è un pezzo di Paese ed ha una valenza strategica fondamentale, ancor di più in fase di transizione tecnologica. La vicenda va quindi seguita, nella consapevolezza che troppi errori sono stati fatti nel passato”.

IDENTIKIT DI UN GIGANTE

Ma chi è Kkr? I numeri parlano da soli. Circa 430 miliardi di dollari in gestione, 109 società in portafoglio e oltre 240 miliardi di dollari di ricavi l’anno. In Europa, Kkr è il maggiore azionista dell’editore tedesco Axel Springer, in Spagna, assieme ad altri fondi, possiede il quarto operatore telefonico nazionale MasMovil. Due gli investimenti in Italia, il principale è quello relativo a Fibercop: con 1,8 miliardi di euro si è aggiudicato il 37,5% della società infrastrutturale controllata da Tim e partecipata anche da Fastweb. L’altro investimento del gruppo Usa nel nostro Paese è la Cmc Machinery, azienda umbra di Città di Castello gestita dalla famiglia Ponti, principale produttore di soluzioni di packaging automatizzate in Italia.

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