Conversazione con la giornalista e notista politica del Sole 24 Ore. Draghi a Palazzo Chigi oggi non è un’opzione, è una necessità. Tra variante Omicron e ritorno della pandemia i motivi per cui lo hanno chiamato sono più validi di un anno fa. Mattarella non vuole il bis e comunque sarebbe una sconfitta della politica, come otto anni fa

Nel gran ballo del Quirinale, per ora, si balla poco e niente. Come prevede il più banale dei copioni, a due mesi dalla partita più delicata i partiti restano appesi, come le foglie di Ungaretti l’autunno. Tra chi si convince a tifare per Mario Draghi a Palazzo Chigi e chi non scopre ancora le carte, si fa strada di ora in ora l’ipotesi che tutti credevano già scartata: un bis di Sergio Mattarella. Per Lina Palmerini, giornalista e notista politica del Sole 24 Ore, sarebbe però “un’altra sconfitta della politica”.

Contrordine compagni: ora tutti vogliono imbullonare Draghi a Palazzo Chigi.

Attenzione, è un po’ più complesso. Fino a poco tempo fa volevano spedirlo al Quirinale per tornare alle urne. In questi giorni però è cambiato qualcosa.

Cosa?

La variante Omicron. La pandemia che riparte, in Italia e in Europa. La fiammata di contagi e ospedalizzazioni in Germania, Austria.

Mi sfugge il collegamento…

Semplice: i partiti devono mettersi in relazione con l’umore dell’opinione pubblica. E in mezzo alla pandemia, con il Recovery alle porte, la maggioranza degli italiani, il 67% secondo l’ultimo sondaggio Ipsos, vuole Draghi a Palazzo Chigi. Come puoi spiegare a queste persone che a fine gennaio il presidente del Consiglio fa le valigie e va al Quirinale?

Per questo anche Matteo Salvini ha cambiato idea?

Salvini è un leader abituato a stare in mezzo alla gente. Sa che in questo momento la maggior parte degli italiani non capirebbe la partenza di Draghi da Palazzo Chigi. Da premier, Draghi è riuscito a far passare misure che in pochi altri saprebbero far digerire. La campagna vaccinale, il green pass, il super green pass, ora i controlli a campione sul trasporto pubblico locale.

E qui si apre il secondo scenario, quello meno probabile: un Mattarella bis. Siamo sicuri che il presidente direbbe di no?

Lo ha già detto cinque volte, sono convinta che non cambierà idea. Se Mattarella fosse messo di fronte a una realtà diversa, allora non escludo che possa dire sì. Ma questa realtà oggi non c’è.

Su Formiche.net Joseph La Palombara, decano dei politologi americani, ha scritto che un Mattarella bis, a Washington, è considerato “la normalità”.

Sarà, ma è una normalità che esiste solo sulla carta. Quella di un anno fa, dello status quo per la pandemia e il Pnrr. Poi c’è la normalità costituzionale, con un mandato in scadenza. Perché mai i partiti non dovrebbero essere in grado di eleggere un altro capo dello Stato? Perché, se Draghi dovesse rimanere a Palazzo Chigi, non potrebbero trovare una figura trasversale per il Colle?

Insomma, il bis è fantascienza?

È una soluzione in extremis. Se i partiti non riusciranno ad accordarsi, bruceranno un nome dopo l’altro e andranno in processione da Mattarella. Ma, ripeto, oggi non mi sembra questa la direzione. Non ho ancora visto Letta, Salvini o Berlusconi sventolare bandiera bianca.

Otto anni fa la processione c’è stata. I partiti hanno tirato per la giacchetta Napolitano e la politica è finita in soffitta. C’è quel rischio?

Dobbiamo essere chiari: per quanto uno possa tifare per lo status quo, un sistema democratico parlamentare che dopo sette anni non è in grado di mettersi d’accordo su un nome è un sistema debole. Certo, la stagione Draghi complica la partita per il Quirinale.

Perché?

Perché la legge della simmetria delle maggioranze fra governo e Quirinale questa volta è difficile da applicare. Bisognerebbe trovare un capo dello Stato che rispecchi una maggioranza ampia come quella che sorregge il governo Draghi.

Uno come Draghi, appunto. È un cane che si morde la coda.

Ma Draghi non può salire al Colle ora. A febbraio i partiti lo hanno chiamato per fare i conti con la pandemia e il piano di ripresa: quelle ragioni sono ancora in piedi. Per il Quirinale il discorso cambia: premier e capo dello Stato hanno ruoli diversi, il primo politico-decisionale, il secondo di arbitro e di garanzia costituzionale.

C’è chi ha immaginato un semipresidenzialismo di fatto.

Una scorciatoia. Oggi ai partiti fa comodo, perché permette di mandare Draghi al Quirinale. Ma tra cinque, sei mesi il nuovo inquilino del Colle subirebbe lo stesso trattamento riservato anni fa a Napolitano.

Condividi tramite