Mosca usa la Wagner per portare avanti i propri interessi, anche nell’ambito dello scontro tra modello democratico e autoritario propugnato da Putin. Ucraina, Siria, Libia, Repubblica Centrafricana, ora Mali, ma anche Venezuela, Ciad, Madagascar, Mozambico, Zimbabwe… Quale sarà la prossima mossa dei contractor russi?

L’accordo tra il governo di transizione maliano e i contractor russi del Wagner Group serve per garantire sicurezza nel Paese del Sahel, ed è visto dagli Stati Uniti e dall’Unione europea come uno dei paradigmi dei rischi che la Russia di Vladimir Putin rappresenta. In termini pratici, i golpisti di Bamako hanno scelto di affidare la propria sicurezza – contro gruppi armati di vario genere, jihadisti e criminali, che si muovono in Mali – a una società privata.

E nel farlo hanno rinunciato a un rinforzo della missione onusiana Minusma, previsto e proposto, e non hanno chiesto qualcosa di simile agli europei che si muovono in Mali con la Task Force Takuba. Di più: hanno stretto un accordo con la Wagner pagando dieci milioni di dollari al mese rinunciando a un’assistenza che Onu (Usa e Ue) proponevano gratis; in Mali, un Paese tra i 25 più poveri del mondo.

Quello che si configura davanti a Washington e Bruxelles è la scelta da parte dei maliani di un modello diverso rispetto alle proposte multilaterali. Il modello-Putin, ossia quello di un paese come la Russia che non si fa remore politico-diplomatiche nel fornire assistenza a chiunque possa portare un doppio livello di interesse a Mosca. Il primo è diretto, ossia permettere l’espansione della penetrazione di influenza strategica russa; il secondo indiretto riguarda proprio lo scontro tra modelli, da un lato le democrazie (che l’amministrazione Biden cerca di raggruppare come corpo coeso e motore dei destini del mondo), dall’altro gli autoritarismi o le democrature.

Quanto è però riproducibile questo modello di cui la Wagner è da tempo diventata uno dei vettori? I mercenari della società che è molto vicina al Cremlino — al punto che si potrebbe dire che viene usata per compiere il lavoro sporco, quel genere di attività sofisticate e ibride che non si portano dietro insegne fisiche sulle divise mentre smuovono quel messaggio putiniano — sono in grado tecnicamente di riprodursi come modello?

Ucraina, Siria, Libia, Repubblica Centrafricana, ora Mali, ma anche Venezuela, Ciad, Madagascar, Mozambico, Zimbabwe e altri stati dell’Africa sono alcuni dei Paesi in cui è difficile individuare quanto, quando e addirittura se la società sia presente. Il quadro è vasto. Ogni dispiegamento si porta dietro un interesse diretto: se quelli in Ucraina (dove hanno partecipato alle operazioni ibride che puntavano all’annessione della Crimea) o il salvataggio del regime siriano sembrano più scontati, un caso interessante può essere il Madagascar.

Sull’isola africana nell’Oceano Indiano, l’obiettivo strategico è stato il controllo del processo elettorale per favorire figure politiche amiche della Russia (tangenti, disinformazione, reclutamento di un leader di culto apocalittico candidato per poter dividere le opposizioni). Ci sono state inchieste giornalistiche basate sulle testimonianze locali che hanno raccontato come la vittoria del 2018 di Andry Rajoelina sia stata anche favorita dalle attività della Wagner. I contractor russi lavoravano da un resort, pubblicavano un giornale in malgascio in cui facevano scrivere dei giovani locali, organizzavano la partecipazione a comizi, compravano spazi pubblicitari, portavano avanti incontri e contatti.

Tutto era veicolato alla vittoria del concorrente considerato più utile (all’inizio non era Rajoelina); candidati con cui forse non hanno nemmeno avuto relazioni dirette. L’operazione è stata quella di condurre una campagna parallela. In Madagascar gli interessi diretti sono l’accesso al mercato della vaniglia, alle miniere di nickel, cobalto e uranio, e possibili concessioni per gli sfruttamenti di cromite e oro direttamente alla Wagner; altrove come in Sudan ballano questioni energetiche (petrolio, ma anche concessioni per una centrale nucleare) e altre connesse all’industria militare russa; o ancora, in Repubblica Centrafricana ci sono oro e diamanti, ma anche un piano infrastrutturale che piace alle aziende di Mosca.

Ossia: non c’è solo una forma di sostegno militare come quella fornita ai ribelli della Cirenaica attraverso cecchini specializzati ex Spetsnaz, o quella in Siria a più ampio raggio quando gli uomini della Wagner si battevano al fronte (contro i ribelli e contro l’Is) per evitare perdite formali tra i regolari russi. Il quadro è ampio: la Wagner, come altre Private military company (Pmc) russe rappresentano un moltiplicatore delle capacità di proiezione e forza di Mosca. E il Cremlino le impiega perché garantiscono un buon livello di separazione (almeno formale) tra il governo russo e certi dossier: quella che viene definita plausible deniability.

Consulenti militari, politici, di intelligence, con capacità di azione e di pianificazione (anche di campagne di infowar, come dimostra il caso del Madagascar o le accuse per cui sul leader della Wagner Yevgeniy Prigozhin pesa una taglia dell’Fbi a causa delle interferenze in Usa2016). Molti sono ex membri dei reparti speciali dei servizi segreti (come lo Specgruppa “V”), altri dai reparti d’élite aviotrasportati o della marina, o ancora delle unità paramilitari del ministero dell’Interno come la Omon o la Sobr. Sono affiancati da tecnici informatici, esperti di comunicazione strategica e disinformazione, conoscitori di protocolli diplomatici, analisti.

Non è chiaro il numero, quello che è chiaro è che si è moltiplicato negli ultimi anni vista l’utilità. Una sede è a San Pietroburgo, feudo putiniano e terra natia di Prigozhin, un ex chef che ha poi fondato società di catering (molto apprezzate da Putin) per poi diventare uno degli oligarchi intimi del presidente (“lo chef di Putin” lo chiamano). La società sarebbe stata fondata da Dmitry Utkin, un ex Spetsnaz, e potrebbe essere registrata in Argentina, ma ha anche conti basati a Hong Kong.

Uno dei centri di addestramento e formazione è a Molkin, kraj di Krasnodar, in una base che è di proprietà del ministero della Difesa russo. Per l’intelligence ucraina la formazione viene fornita direttamente da ufficiali russi. Delle assunzioni del personale invece se ne occupano società che cambiano rapidamente nome e indirizzo, un modo per cancellare rapidamente le tracce. Chiunque lavori alla Wagner accetta un accordo di riservatezza per dieci anni: violarlo è sconsigliato non solo per le clausole legali.

La Wagner opera in forma diretta, ossia con i propri uomini sul terreno, ma si occupa anche di organizzare campagne di reclutamento e successivo addestramento sul posto. Per esempio in Libia lo ha fatto con i miliziani Janjaweed sudanesi e altri ciadiani che erano stati pagati (probabilmente dagli Emirati Arabi) per dare assistenza alle forze della Cirenaica che volevano rovesciare il governo onusiano di Tripoli.

Questa è una componente di forza che rende riproducibile il modello. Oltre all’interesse russo di spingere questo genere di attività, in quanto fruttuose e continuative (nonostante le varie sanzioni diffuse da Usa e Ue), e dunque nel produrre sempre nuove reclute per il sistema-Wagner, la società può contare su nuovi effettivi locali. Per esempio, i contractor a Bamako avranno anche l’incarico di fornire training alle forze locali che rinfoltiranno gli effettivi e porteranno avanti quanto richiesto dai russi.

Si tratta di un gruppo sempre più folto di mercenari che “fa la guerra per procura per conto dei russi”, come li ha definiti il ministro degli Esteri francese, Yves Le Drian, e che permette a Mosca di “limitare le proprie responsabilità in differenti aree di crisi, con costi politici assai limitati anche nei confronti dell’opinione pubblica russa”, ha scritto recentemente Matteo Bressan, analista della Nato Foundation e docente di Studi strategici alla Lumsa, autore del saggio “Hybrid warfare e Private Military Companies. Il caso della Wagner”, edito da Start Insight.

Modellare orientamento e destini di altri Paesi per la Russia è una priorità di politica estera da portare avanti attraverso attività ibride (dove le armi convenzionali si mescolano all’infowar). Questo comporta l’assenza di una netta demarcazione tra guerra e pace, spiega Bressan, e l’impiego della Wagner rappresenta un metodo per la costruzione di influenza diplomatica e sulla possibilità di giocare su vari lati del tavoli senza scegliere una singola parte in campo. Sotto questo quadro, l’uso di risorse militari è solo una parte dell’impiego di queste società di contractor, che muovono leve sul campo economico e politico, informativo e sociale.

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