La rivoluzione di un Internet decentralizzato, in cui gli utenti siano i veri proprietari. L’annuncio di Zuckerberg ha spinto le concorrenti a investire per non restare indietro, mentre Dorsey lascia Twitter per puntare sulla blockchain. In che direzione stanno andando le Big tech

Il permettere all’azienda di “camminare da sola” era apparsa, fin dall’inizio, una motivazione poco valida per giustificare l’addio di Jack Dorsey da Twitter. Dietro la decisione si nascondeva qualcosa di più. Non è servito molto tempo per capire che nella pentola dell’ex inventore del cinguettio bolliva qualcosa di nuovo. D’altronde, l’imminente cambio di nome dell’altra sua azienda – da Squadre a Block – lasciava intendere come Dorsey covasse l’intenzione di buttarsi nel mondo della blockchain e delle criptovalute. Una passione che, stando a quanto scrive il Wall Street Journal, apre le porte a un nuovo capitolo di Internet: il “web 3.0” o “Web3”.

L’avvento delle Big tech ha radicalmente trasformato la natura di Internet. Partorito come lo strumento più democratico nelle mani dell’uomo, nel corso degli ultimi anni è diventato un’arma nelle mani di poche, grandi aziende. Il dominio sui dati degli utenti e le conseguenti violazioni della loro privacy, così come l’incapacità di porre un freno alle notizie false, sono solamente i più recenti problemi a cui i vertici delle varie piattaforme si sono trovati a dover dare una risposta. In molti si domandano in che modo è possibile regolamentare società che operano non in un settore ma in cento. A chiederselo sono perfino coloro che le hanno create. Per Dorsey – e tanti altri come lui – la risposta va cercata proprio nel Web3, che rappresenterebbe una fase successiva al concetto di Internet così come lo conosciamo.

Il web 3.0

Cosa accadrebbe, infatti, se venisse creato un sistema blockchain che permetta di riequilibrare il controllo che le aziende e i governi hanno non solo sulla rete, ma anche sullo scambio di denaro, sulla proprietà intellettuale a così via? Secondo molti, si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione digitale. “Non è necessaria alcuna autorizzazione da parte di un’autorità centrale per pubblicare qualsiasi cosa sul web, non esiste un nodo di controllo centrale, quindi nessun singolo punto di errore…e nessun kill switch”, ha affermato Tim Berners-Lee, uno dei pionieri del World Wide Web. Il sistema, pertanto, non sarebbe più governato dall’alto ma “sviluppato sotto gli occhi di tutti, incoraggiando la massima partecipazione e sperimentazione”. Il decentramento di potere su token crittografici, dunque, è alla base del Web 3.0.

I Non Fungible Token (NFT) altro non sono che codici registrati nei registri (ledger) di blockchain cui viene associata un’immagine, un video, un file, un audio o quel che sia. Questi permettono di riconoscere il reale proprietario dell’oggetto, che può o meno detenerne il copyright. Può perciò essere venduto, ma la proprietà intellettuale non verrebbe scalfita.

All’interno di queste blockchain, che non sarebbero altro che banche dati archiviate su computer diversi così da sfuggire dal controllo di aziende e istituzioni, gli utenti (unici veri proprietari) scambierebbero transazioni in modo sicuro. Tuttavia, il nuovo concetto di bitcoin non si ferma al solo valore monetario, perché all’interno di ciascun “soldo” verrebbero inserite tante altre informazioni in un sistema definito trustless – nel senso che nella rete i partecipanti possono interagire tra di loro senza che vi siano intermediari – e permissionless – ovvero che non serve alcuna autorizzazione per entrare a far parte della rete.

Insomma, a distanza di qualche decennio dalla definizione che gli diede lo stesso Berners-Lee, si andrebbe perfino oltre il principio contenuto nel web semantico, in cui ai contenuti che vengono pubblicati, di qualsiasi genere essi siano, sono legate informazioni che ne spiegano il contesto. I risultati prodotti dalle macchine saranno molto più veloci e accurati grazie agli strumenti realizzati con l’intelligenza artificiale, come l’apprendimento automatico.

Ad avere dubbi sulla durata e la sostenibilità dei bitcoin sono in molti, ma le preoccupazioni non sembrano interessare chi invece ci vede un’opportunità. Questa estate, prima di lasciare le redini di Twitter a Parag Agrawal, l’intenzione di Dorsey era quella di legare le monete digitali al social network. Data la separazione l’idea non è andata a buon fine, ma adesso tutta la sua attenzione è rivolta su Block. Dorsey, inoltre, ha creato un gruppo per i brevetti per condividere la proprietà intellettuale sulle criptovalute. Ha anche deciso di finanziare Spiral, composta da vari sviluppatori di bitcoin che in un video promozionale hanno riprodotto un Dorsey versione muppet che chiede agli utenti se abbiano riscontrato problemi con il sistema.

Dare risalto alla persona, che allo stesso tempo sarebbe cliente e proprietario, è quello che sta cercando di realizzare DeSo, acronimo per indicare Decentralized Social, che rende perfettamente l’idea di quello che dovrebbe essere il nuovo web. “Se puoi unire denaro e social”, ha spiegato il fondatore Nader Al-Naji, “puoi creare nuovi modi per i creatori di monetizzare”. Per l’ex ingegnere di Google, dal sentimento comune degli utenti emerge chiaramente la loro volontà di voler aggirare i meccanismi tradizionali imposti dagli attuali player.

Sulla sua piattaforma, al contrario, questi trarrebbero un vantaggio a seconda della loro popolarità, partecipazione e contenuti promossi. Tanto più un’idea piace, tanto più la persona guadagnerà. Per dirne una, a sentire gli addetti ai lavori questo modello permetterà di emergere anche a molti artisti che non riescono a imporsi sulla scena reale. “La stragrande maggioranza dei benefici va ai creatori più piccoli che le persone hanno sempre voluto sostenere”, ha confermato lo stesso Al-Naji che ha in cantiere un altro progetto, BitClout, un’app dove è possibile scambiare token personalizzati che aumentano o diminuiscono il valore in base a quanto vengono utilizzati.

A cambiare, infatti, sarebbe l’intera concezione che davamo per scontata fino ad oggi. Le criptomonete potrebbero essere utilizzate, ad esempio, come mancia al posto dei Likes. Qui sta la rivoluzione: il denaro non verrebbe più inteso come strumento di scambio ma, data la presenza di codici con informazioni che contestualizzano l’operazione, assumerebbe una funzione simile a un software. Ogni piattaforma avrebbe la sua moneta, il cui valore crescerebbe all’incremento delle persone iscritte e quindi agli scambi che queste generano. Le aziende, dunque, abbandonerebbero l’attuale modello di business per passare a uno completamente diverso, non più basato su investimenti che vengono da soggetti esterni ma dagli stessi utenti, che comprano i token crittografici.

Tutto ciò serve per comprendere in che direzione i grandi del web stanno provando ad andare. L’ex Ceo di Twitter non è il solo ad aver intrapreso questa strada ma si trova in buona compagnia. A giugno scorso, un mese prima che Dorsey annunciasse di voler unire il mondo delle criptovalute a quello di Twitter, la società di venture-capital Andressen Horowitz aveva stanziato 2,2 miliardi di dollari per investire nella blockchain. Nel 2021 gli investimenti in questo settore sono cresciuti del 384% rispetto al 2020, quando un bitcoin valeva poco più di 7mila dollari mentre oggi viene scambiato a circa 50mila. Secondo Pitchbook, i nei primi nove mesi del 2021 i venture capitalist hanno condotto oltre 1.100 affari dal valore di 21,4 miliardi di dollari, cinque volte tanto rispetto a dodici mesi prima.

Neanche a dirlo, i dubbi più forti di tutta questa storia riguardano la parte legale. Che venga recepita e promossa dagli utenti sembrerebbe essere abbastanza ovvio, ma bisognerà guardare alla regolamentazione necessariamente richiesta. Per ora si sa poco, ma da quanto sostiene il presidente della Security and Exchange Commission, Gary Gansler, il dominio sulle criptovalute appartiene comunque all’agenzia. Come lui anche Jay Clayton, che ricopriva il suo posto alla SEC durante l’era Trump. Tradotto: le vecchie regole dovrebbero valere (almeno per il momento) sulle nuove tecnologie, con il rischio che eventuali quanto molto probabili vuoti normativi portino a una maggiore confusione.

Il Metaverso

Se pertanto la montagna appare difficile da scalare per un qualcosa che già si conosce – si fa per dire – come le blockchain, figurarsi quando si dovrà affrontare un mondo completamente nuovo come quello che ha in testa Mark Zuckerberg. La mossa di annunciare Meta è stata distopica tanto quanto la realtà virtuale che ha intenzione di creare. Così come in pochi avevano abboccato al messaggio di Jack Dorsey, ancor di meno sono quelli che hanno creduto che l’operazione di Zuckerberg potesse essere un modo per svincolarsi dai riflettori che aveva puntati addosso per le critiche alla sua gestione di Facebook. O meglio, sicuramente il tempismo non è un caso. Su Google le ricerche da parte delle persone per capire cosa fosse sono aumentate in modo vertiginoso, e anche Wall Street è stata travolta dall’interesse. Nelle call con gli investitori del terzo trimestre, il termine metaverso è stato menzionato 449 volte, mentre nel trimestre precedente erano state solo 100. Il progetto non ha la sola funzione di parafulmine, è reale.

Anche se si tratta di qualcosa di lontano, o comunque non imminente, gli analisti credono che la nostra quotidianità potrebbe cambiare radicalmente. A essere interessati sono i grandi proprietari di aziende tech. Oltre a Zuckerberg, nell’elenco possiamo annoverare anche Jensen Huang, di Invidia, e la cinese Tencent, il gigante tecnologico cinese di Pony Ma che nel suo pacchetto conta Epic Games, creatore di Fortnite ovvero l’esempio più simile al metaverso che è già operativo. Il fondatore di Epic Games, d’altronde, si è detto molto interessato al progetto, che rappresenta un’opportunità miliardaria. Per questo già si sta muovendo per raccogliere quanti più utenti possibile: come per il valore dei NFT che cresce in base alle transazioni, infatti, più un’azienda registra membri nel metaverso più possibilità di ci sono di poter dettare le regole.

Chiunque è interessato a diventarne il padrone si sta creando le proprie armi. Zuckerberg punta sugli occhiali e le cuffie da utilizzare nella realtà virtuale (10 miliardi di dollari), Huang sui chip, Epic Games sulle esperienze in prima persona. A loro si devono aggiungere anche altre aziende, come quelle di telecomunicazione che hanno investito molto sulle nuove tecnologie, come il 5G. Perfino la Nike sembra essere interessata. L’acquisizione della start up Rtfkt studios che produce sneakers virtuali, d’altronde, non può che essere un segnale eloquente. Così come la richiesta di estendere l’applicazione del proprio marchio anche a prodotti virtuali. L’azienda di John Donahoe si è anche buttata sulla piattaforma di videogiochi Roblox, che conta 200 milioni di utenti mensili, creando Nikeland. Già dal nome si intuisce come lo spazio virtuale sia un mondo interamente griffato Nike dove gli utenti possono affrontarsi in luoghi come arene, campi sportivi e quant’altro.

In che modo funzionerà questo habitat digitale è ancora tutto da scoprire, ma già in molti si sono espressi a favore o contro. Tra questi ultimi ci sono proprio i promotori del Web 3.0, dove il potere è sì dispersivo ma rimane in mano agli utenti. Eppure, proprio il metaverso potrebbe rappresentare per loro un’ottima opportunità. Dipende chi arriverà prima e quali idee – e quindi leggi – vorrà imporre.  Stesso discorso vale per lo spazio, dove Elon Musk e Jeff Bezos continuano a fare a gara di muscoli. Tutti, dunque, si muovono per la conquista del nuovo mondo con l’intento plasmarlo a proprio piacimento.

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