Due anni di lockdown e restrizioni hanno dissanguato gran parte di quelle economie destinatarie dei prestiti erogati dal Dragone. E ora non riescono a rimborsare il proprio debito. Così aggravando la sostenibilità della bilancia cinese

Chi di prestito ferisce, di prestito perisce. Ne sa qualcosa la Cina, che è un po’ la banca del mondo ancora non pienamente industrializzato, Africa in testa. Se c’è un Paese che ha imbottito le economie in via di sviluppo di denaro, anche se tossico, come più volte raccontato da Formiche.net, è proprio la Cina. Ma ora la pandemia sta per giocare un brutto scherzo alle banche del Dragone.

Il motivo è presto spiegato. Molte economie emergenti sono entrate nella pandemia già fortemente indebitate con la Cina. Poi, con il dilagare del virus, i governi hanno cominciato a spendere per sostenere la popolazione e contrastare i contagi, oltre ovviamente a finanziare ospedali e terapie intensive. Tutto questo ha gonfiato i disavanzi, anche perché tra lockdown e restrizioni di varia portata, le entrate fiscali crollavano. I debiti sovrani sono così esplosi, rendendo così praticamente impossibile il rimborso dei prestiti ricevuti.

E ora i nodi arrivano al pettine. Sri Lanka, Zambia, Kenya sono solo alcuni dei Paesi che da ora in avanti non avranno la possibilità di onorare i debiti. Un bel problema per chi come la Cina (ma anche il Fondo monetario internazionale ha erogato diverse linee di credito alle economie fragili) si trova nella scomoda posizione di bussare alla porta di chi soldi da ridare non ne ha. La gestione di questi default incombenti metterà insomma alla prova Pechino e le sue banche.

Su tutti, il caso dello Sri Lanka. Il governo, dopo aver tagliato le tasse nel 2019 e aver subito l’evaporazione delle entrate turistiche, ha ora un debito al 110% del prodotto interno lordo, con 7 miliardi di dollari di debito e pagamenti di interessi dovuti quest’anno. Unitamente a un cospicuo deficit di bilancio che dinnanzi ai mercati non fa certo bella figura. I creditori, Cina in testa, dovranno adattarsi a una sostanziale insolvenza di alcune economie.

Tutto questo accade mentre in casa propria la Cina deve affrontare l’ennesimo collasso nel mercato immobiliare. Quello di Zhenro Properties, uno dei maggiori conglomerati immobiliari in Cina, nato nel 1998 e con 3,65 miliardi di dollari in obbligazioni estere. Evidentemente, il rischio che tali debiti non vengano onorati è alto, altrimenti non si spiegherebbe il tracollo, l’11 febbraio, delle azioni Zhenro quotate a Hong Kong, che in circa 4 ore hanno perso circa l’80% del loro valore.

Il problema è sempre quello, improvvisamente sembra essere venuta meno la fiducia verso la possibilità del gruppo di pagare le cedole agli obbligazionisti, innescando il ben noto effetto isteria. Non è ancora chiaro in quali acque navighi l’azienda, il cui socio di riferimento è Ou Zongrong. Non un nome come tanti, non l’ennesimo magnate, bensì un membro della Conferenza politica consultiva del popolo cinese, il principale organo consultivo del Partito comunista. Un uomo, insomma, molto vicino al presidente Xi Jinping.

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