Missione del ministro Di Maio per rafforzare la cooperazione in campo energetico alla luce del conflitto in Ucraina e riempire le scorte al fine di scongiurare difficoltà in autunno. Con lui Descalzi, amministratore delegato di Eni. Governo ottimista, ecco cosa si muove sugli altri fronti: da Tap e GreenStream fino al Gnl. Rimane aperta la questione rigassificatori

Inizia dall’Algeria la caccia al gas da parte del governo italiano davanti alla guerra in Ucraina e allo scontro tra Occidente e Russia. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, è ad Algeri, assieme a Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, e a un rappresentante del ministero per la Transizione ecologica. L’obiettivo, come ha spiegato la Farnesina, è il rafforzamento della cooperazione in campo energetico alla luce del conflitto in Ucraina. Sempre oggi Roberto Cingolani è a Bruxelles per un Consiglio europeo straordinario dei ministri dell’Energia.

Il governo sta lavorando per spingere l’avvio degli impianti di rinnovabili semplificando le procedure burocratiche e “per incrementare i flussi da gasdotti non a pieno carico come il Tap dall’Azerbaijan, il TransMed dall’Algeria e dalla Tunisia, il GreenStream dalla Libia”, ha dichiarato nei giorni scorsi alla Camera il presidente del Consiglio, Mario Draghi. “Il governo è impegnato a fronteggiare con massima determinazione ogni effetto delle sanzioni alla Russia e la visita di oggi ad Algeri è una testimonianza evidente che non perderemo nemmeno un istante per farlo”, ha dichiarato Di Maio parlando alla stampa dopo l’incontro con l’omologo nordafricano Ramtane Lamamra.

Nonostante ieri l’afflusso di gas dalla Russia sia stato regolare e sui livelli degli ultimi giorni, meglio non farsi cogliere impreparati da un’eventuale interruzione nella fornitura di Gazprom. Servono prepararsi a un’eventuale mancanza di 33 miliardi di metri cubi. All’Italia “servono partner più affidabili” della Russia, ha spiegato il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, a SkyTg24 sottolineando la necessità di ridurre la dipendenza energetica da Mosca: “circa il 45% del gas che importiamo proviene infatti dalla Russia, in aumento dal 27% di dieci anni fa”, aveva dichiarato il presidente Draghi in Aula.

Si parte, dunque, dall’Algeria, secondo fornitore di gas dell’Italia da cui importiamo un terzo del gas consumato nel nostro Paese, proprio dopo la Russia. Il colosso pubblico algerino degli idrocarburi Sonatrach è pronto a fornire più gas all’Europa, in caso di calo delle esportazioni russe con la crisi ucraina, veicolandolo attraverso il gasdotto TransMed che collega l’Algeria all’Italia, ha affermato al quotidiano Liberté l’amministratore delegato, Toufik Hakkaha, alla vigilia della missione di Di Maio e Descalzi.

Per l’Italia l’Algeria è centrale, anche vista l’instabilità della Libia, con cui in ogni caso si parla di più la lingua dell’oro nero, il petrolio. Alcune settimane fa, intervista da Formiche.net, Giovanni Pugliese, ambasciatore italiano ad Algeri, definiva il rapporto energetico tra i due Paesi “strategico, e ormai da vari decenni”. Il gas è “l’idrocarburo che inquina di meno”, aggiungeva il diplomatico. Per questo, “per almeno altri 20-30 anni avrà ruolo nella transizione energetica: la stessa Eni sta sviluppando una collaborazione con l’Algeria per lo sviluppo di energie rinnovabili”.

Oltre al TransMed, l’Italia può fare affidamento sul (fu tanto contestato) Tap, che porta metano dall’Azerbaijan alla Puglia, e da qui al resto d’Europa. ”Stiamo trattando col governo di Baku il possibile raddoppio delle forniture”, ha spiegato il sottosegretario Di Stefano. Tre le ipotesi al vaglio ci sono il raddoppio delle importazioni (da 10 a 20 miliardi di metri cubi all’anno) e l’approvvigionamento anche dal Turkmenistan.

Per nessuno dei due tubi i tecnici ritengono possano esserci problemi di aumento, anche raddoppio, della portata. Stessa cosa dicasi per la rete nazionale gestita da Snam.

La terza fonte è il GreenStream. Ma la Libia del dopo Muammar Gheddafi rimane terreno di scontro tra clan in cui è coinvolta la stessa Russia, tramite i mercenari del gruppo Wagner. Tuttavia, nella diplomazia italiana si respira un certo ottimismo per il futuro dell’approvvigionamento energetico anche dalla Libia.

A questi tre tubi si aggiungono il gas naturale liquefatto con la sponda degli Stati Uniti e del Qatar, da cui arriva l’energia di rinforzo grazie anche all’aiuto del Giappone, l’aumento della produzione nazionale e la possibilità – prevista per decreto – per i produttori di energia elettrica (Enel, A2A, eccetera) di differenziare le fonti fossili “in caso di emergenza”. Ciò dà seguito a quanto dichiarato dal presidente Draghi, che non ha escluso un maggior ricorso al carbone in caso di necessità.

La situazione, dunque, è di fiducia almeno fino alla prossima stagione invernale. La primavera è alle porte, gli operatori del settore stanno riempiendo gli stoccaggi (al 38,5%, più pieni della media europea che è del 29,7%), la domanda in Italia oggi è bassa: lo stato di pre-allarme dichiarato nei giorni scorsi rappresenta un primo passo di tre. Attualmente, l’Italia è lontana da una situazione di allarme per le forniture di gas: lo stato di pre-allarme è, come accaduto per il freddo dell’inverno 2017, una misura di cautela che avvia “un monitoraggio costante della situazione energetica nazionale” e “un riempimento dello stoccaggio anticipato” rispetto a quanto normalmente accade da primavera avanzata, hanno spiegato fonti del ministero guidato da Cingolani. L’obiettivo di oggi è riempire le scorte per evitare difficoltà in autunno.

C’è però una questione aperta, spiegano gli esperti: i rigassificatori. L’Italia ha una limitata capacità di rigassificazione, con soltanto tre impianti (Panigaglia, Rovigo e Livorno). Per questo, Draghi chiesto “una riflessione”, mentre Cingolani ha parlato della possibilità di ricorrere anche a terminali galleggianti.

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