Tutte le piattaforme hanno risposto alla minaccia russa bandendo media, canali e contenuti che diffondono la propaganda del Cremlino, che non è rimasto a guardare e attua la stessa ritorsione sulle aziende occidentali

Mercoledì scorso, a poche ore dall’invasione russa in Ucraina, il dirigente senior di Microsoft Tom Burt ha contattato la vice consigliera per la sicurezza nazionale per la tecnologia informatica ed emergente, Anne Neuberger. A lei, Burt ha riferito di come la sua azienda avesse appena smontato un malware wiper contro l’Ucraina capace, proprio come un tergicristallo, di distruggere dati di un dispositivo compromettendone la funzione. La chiamata è arrivata dopo quella che Microsoft aveva fatto alle autorità della difesa informatica di Kyiv, così da aiutarla nell’aggiornamento dei propri sistemi e respingere la minaccia.

Tuttavia, la paura che FoxBlade – il nome che è stato dato al virus – potesse replicarsi nel corso dell’invasione, attaccando siti istituzionali e privati e creando così un down generale nel Paese, rimaneva molto alta. Il New York Times racconta di come la consigliera Neuberger abbia chiesto a Burt se la sua azienda fosse pronta e disposta a collaborare per evitare che il malware si potesse espandere anche ai Paesi del Baltico, alla Polonia e, perché no, a tutto l’Occidente. Il timore era, ed è tutt’ora, che gli attacchi hacker da parte della Russia potessero mettere fuori gioco banche e sistemi militari, due elementi essenziali in un contesto bellico. Per evitarlo, occorre condividere con tutti le informazioni in loro possesso.

L’attacco previsto non è mai arrivato, almeno per il momento. Questo non implica che la Russia non sia in grado di manomettere i sistemi occidentali, dato che prima dell’invasione aveva dato prova di come le risultasse facile mettere fuori gioco siti ministeriali del governo ucraino. Proprio per questo si pensava che un attacco militare fosse preceduto da uno informatico, o comunque che fosse conseguente all’invasione.

Non è andata così, per la sorpresa un po’ di tutti. Il che non vuol dire che non ci sarà e, per tale ragione, i contatti tra la National Security Agency, il Cyber Command degli Stati Uniti e Microsoft rimangono assidui. Nelle emergenze umanitarie,  la collaborazione tra pubblico e privato è ormai una costante. Basti pensare ai carri armati Sherman costruiti dalla Ford durante il secondo conflitto mondiale o, più recentemente, alle tante aziende che hanno trasformato la loro produzione per realizzare dispositivi di protezione contro il Covid-19.

“Siamo un’azienda e non un governo o un Paese”, ha ricordato sul suo blog il presidente di Microsoft, Brad Smith, che tuttavia non se ne lava le mani. “Una delle nostre responsabilità principali e universali come azienda è aiutare a difendere i governi e i Paesi dagli attacchi informatici. Raramente questo ruolo è stato più importante come durante la scorsa settimana”.

L’eccezionalità del momento, infatti, ha decapitato una delle regole fondamentali del mondo informatico: la sua inclusione. Con la decisione di attaccare militarmente, la Russia è stata immediatamente bollata come un nemico generale – e non poteva essere altrimenti. La disinformazione ha permesso al Cremlino di raccontare la sua versione dei fatti e giustificare l’invasione agli occhi del suo popolo, con il risultato di essere bandita dai canali occidentali e subire attacchi hacker di ritorsione che tentano di destabilizzare la Russia. Il più importante, quello di Anonymous che ha annunciato la cyber-guerra contro il governo russo.

Da Bruxelles fanno sapere che sono pronti a bandire i media russi vicini al governo di Mosca, come RT – prima Russia Today – e Sputnik, che aiutano a diffondere la narrazione giustificatrice di Vladimir Putin. Non sarà facile, in primis perché verrebbe tradito il diritto alla libertà di parola e alla libertà di stampa. Subito dopo, perché la risposta di Mosca potrebbe essere simile se non peggiore, con il rischio che l’informazione libera e oggettiva possa esser messa alla porta e non riuscire più a filtrare le notizie vere da quelle manipolate. È già successo, d’altronde, con l’emittente Deutsche Welle che è stata bandita in Russia dopo che la Germania aveva preso la stessa decisione con la versione di RT in lingua tedesca. Servirà, molto probabilmente, una legislazione ad hoc. L’emergenza del momento non dovrebbe far scoppiare crisi interne, dato che si è ormai capito di come l’unità si può raggiungere quando la si vuole.

Nel frattempo, laddove non riescono ad arrivare le istituzioni perché impossibilitate dalla legge, ci sono le aziende private. In questo caso, le Big tech dell’informazione, che giocano un ruolo cruciale in questa guerra. I Paesi del Baltico più la Polonia si sono rivolti a Facebook e Google, chiedendogli di arginare la disinformazione russa sulle loro piattaforme anche limitando o chiudendo gli account in combutta con il Cremlino. Una richiesta simile è arrivata anche dalla Francia.

“Data la natura eccezionale della situazione attuale”, Meta ha dato il suo assenso alla limitazione in tutta l’Unione europea dei mezzi di propaganda russi. È notizia di oggi la decisione di YouTube di seguire la medesima strada. “A causa del conflitto in Ucraina, stiamo bloccando i canali YouTube legati a Rt e Sputnik in tutta Europa, con effetto immediato. I nostri sistemi impiegheranno qualche tempo per completare l’operazione”, ha dichiarato il portavoce dell’azienda. “I nostri team”, ha aggiunto, “continuano a monitorare la situazione costantemente per intervenire con rapidità”.

Perfino TikTok – nato in Cina per poi imporsi in tutto il mondo – ha svolto un ruolo fondamentale in questa guerra ibrida. Prima come arma di diffusione del Cremlino, poi come opposizione alla guerra. Nel suo ultimo discorso prima dell’invasione, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è rivolto anche ai TikTokers per fare leva su una richiesta di pace unanime. Certo, è insolito di come un social realizzato in Cina – che sta mantenendo una posizione di distacco rispetto alla Russia, ma allo stesso tempo condanna le sanzioni unilaterali dell’Occidente e censura messaggi pacifisti sul web – possa assumere una rilevanza tale.

Ancora: Facebook sta portando avanti un lavoro di fact checking per trovare le notizie false diffuse dai vari account fake legati al Cremlino. Google, da parte sua, ha dapprima bloccato la monetizzazione per i media russi finanziati dal governo di Putin, poi ha reso inaccessibile Google Pay in Russia – stessa mossa adottata da Apple Pay – tagliando fuori dal circuito i clienti delle banche russe sanzionate.

Decisioni dalla portata storica, che vanno a sbattere contro due dei principi basilari dell’informazione digitale: la neutralità e la fruizione per tutti. La prima è stata abbandonata per creare un fronte comune di fronte all’eccezionalità del momento. La seconda, invece, delinea nuove strade future. Ormai è chiaro di come l’invasione dell’Ucraina abbia segnato un prima e un dopo. Le ripercussioni saranno pesantissime e riguarderanno inevitabilmente anche l’utilizzo di Internet. Con il rischio che perda la sua missione, quella di una interazione universale, e venga surclassato da entità regionali, ognuna pericolosamente con la sua narrazione della verità.

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