La crisi politica in Pakistan è profonda e nonostante ruoti molto attorno alla figura del premier Khan, le sue conseguenze potrebbero influenzare dinamiche come quelle in Afghanistan, India, Cina e le relazioni con gli Stati Uniti

Il parlamento pakistano ha votato la sfiducia contro il primo ministro Imran Kham. La situazione è molto delicata perché si temono manifestazioni, anche violente, dei suoi sostenitori.

La Corte Suprema del Pakistan aveva dichiarato incostituzionale l’iniziativa con cui il premier ha cercato (tramite il presidente) di sciogliere il parlamento e convocare nuove elezioni, e aveva ordinato che nella sessione parlamentare di oggi, sabato 9 aprile, si votasse anche la mozione di sfiducia presentata contro lo stesso Khan. La mozione era già stata avanzata in parlamento lo scorso fine settimana, ma la votazione era stata bloccata dal vicepresidente dell’assise, Qasim Suri, dello stesso partito di Khan (Movimento per la Giustizia del Pakistan, nazionalista e populista).

Da settimane, il governo pakistano è in una condizione instabile. Le opposizioni lo hanno accusato di essere responsabile della forte inflazione che ha messo in difficoltà l’economia, dell’aumento della disoccupazione, e di non avere risolto il problema della corruzione endemica nel Paese; uno dei mali contro cui Khan si era candidato quando vinse le elezioni nel 2018. Davanti ai risultati scarsi della sua azione politica, erano state presentate richieste di dimissioni, che non dispiacciono al mondo militare. In Pakistan i generali hanno un ruolo importante, e la perdita progressiva di fiducia dal mondo delle forze armate, che un tempo lo appoggiava, sarebbe una delle ragioni per cui Khan è entrato in crisi.

Il primo ministro ha già chiesto ai suoi supporter — prima del voto, consapevole dell’esito — di scendere in strada per manifestare, creando una condizione di disordine e potenziale caos. Da Islamabad arrivano notizie della messa in stato di allerta delle strutture di sicurezza appena dopo la diffusione della notizia della sfiducia. Quanto sta succedendo è molto legato alla figura di Khan, è stato una sorta di referendum su di lui (ex campione di cricket laureato a Oxford e asceso sull’onda del populismo nella scena politica), ma le conseguenze di quello che potrebbe portarsi dietro l’instabilità del Pakistan – che val pena ricordare è una potenza nucleare – sono ampie e potrebbero avere effetti diretti su quattro dossier: Afghanistan, Stati Uniti, India, Cina. Vediamole nell’ordine.

Le intelligence pakistane hanno per anni costruito contatti e relazioni tra il mondo (articolato e diviso) dei Talebani. Queste relazioni hanno perso corpo nell’ultimo periodo, anche se Khan è stato molto meno critico di altri leader mondiali sul non rispetto dei diritti umani dell’organizzazione jihadista che guida il regime afghano. Le forze armate del Pakistan chiedono di più ai Talebani in materia di sicurezza, ossia vorrebbero che gli eredi del Mullah Omar si pongano come barriera tra i gruppi armati che attaccano Islamabad e il Punjab: essenzialmente lo Stato islamico nel Khorasan e altre formazioni estremiste che usano anche l’Afghanistan come retrovia logistico. È possibile prevedere che (con o) senza Khan queste restino le priorità strategiche pakistane.

La Cina è stata descritta da Khan come l’alternativa globale al modello occidentale, in linea con ciò che Pechino intende rappresentare. Allo stesso tempo, il Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) da 60 miliardi di dollari, che lega i due Paesi, è stato concettualizzato e lanciato sotto i due partiti politici di opposizione, i quali hanno voluto Khan fuori dal potere. Il leader dell’opposizione e potenziale successore alla guida del governo, Shehbaz Sharif, ha stretto accordi con la Cina direttamente come leader della provincia orientale del Punjab, e la sua reputazione nel far decollare grandi progetti infrastrutturali, evitando le ostentazioni politiche, potrebbe essere ottimamente recepita a Pechino. In quest’ottica Khan non è fondamentale per la prosecuzione degli interessi stategici cinesi.

Complice questo allineamento con la Cina, e conseguenza di tre guerre combattute dal 1947 a oggi, i rapporti tra India e Pakistan sono al momento a livelli minimi. Le dinamiche, come nel caso dell’Afghanistan, sono gestite però principalmente dal comparto militare e intelligence, e il generale Qamar Javed Bajwa, potente capo delle Forze armate pakistane, ha già detto che il suo Paese è pronto ad “andare avanti” sul Kashmir (il territorio da anni oggetto di diatribe con Nuova Delhi) se l’India sarà d’accordo. La dinastia politica di Sharif è stata in prima linea in diverse aperture verso l’India nel corso degli anni, anche per questo è considerato un possibile successore di Khan, che invece ha alzato il livello dello scontro diretto con l’indiano Nerendra Modi accusandolo di marginalizzare le minoranze islamiche cristiane — un tentativo del pakistano di cavalcare il consenso degli islamisti locali.

Premesso che la crisi politica a Islamabad non è una priorità dell’amministrazione Biden, l’importanza del Paksitan su una serie di equilibri nell’Indo Pacifico e in Asia Centrale rende la situazione impossibile da ignorare per Washington. Per gli Stati Uniti è importante mantenere il contatto con il ruolo dei militari, che hanno forma di controllo da dietro le quinte sul Paese, e che ultimamente sembrano muoversi per sottolineare come le relazioni con gli americani siano importanti per loro (e dunque per il Pakistan). Javed Bajwa ha spiegato di essere su questa linea. La visita di Khan a Mosca nei giorni in cui Valdimir Putin lanciava l’attacco su Kiev è stata un disastro in termini di relazioni con gli Stati Uniti, e un nuovo governo a Islamabad potrebbe almeno aiutare a ricucire i rapporti. Il primo ministro ha incolpato gli Usa per l’attuale crisi politica, dicendo che Washington lo vuole rimuovere a causa del recente viaggio a Mosca.

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