Gli scontri tra la polizia e i palestinesi nella Città vecchia preoccupano la comunità internazionale. In particolare gli Stati Uniti, che si stanno muovendo per riportare la situazione sotto controllo. Ma c’è l’incognita Raam, il partito arabo che si è preso una pausa dalla coalizione e ora rischia di far cadere l’esecutivo

Sugli scontri tra la polizia israeliana e i palestinesi alla moschea di Al-Aqsa, nella Città vecchia di Gerusalemme, che avrebbero già causato 170 feriti, è alta l’attenzione internazionale. La questione è al centro di una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Si sono mossi a livello diplomatico diversi Paesi. Tra questi la Turchia, con il presidente Recep Tayyip Erdogan che ha sentito telefonicamente l’omologo israeliano Isaac Herzog; gli Emirati Arabi Uniti, il cui ministero degli Esteri ha convocato l’ambasciatore israeliano Amir Hayek per protestare contro le condotte della polizia; e anche gli Stati Uniti, con il segretario di Stato Antony Blinken che ha avuto colloqui telefonici con il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas e con gli omologhi israeliano (Yair Lapid) e giordano (Ayman Safadi) in cui ha sottolineato “l’importanza” di mantenere lo status quo dei luoghi religiosi di Gerusalemme.

Ma gli scontri stanno causando anche scricchiolii nel governo israeliano. Il partito arabo Raam ha deciso di sospendere la sua partecipazione ai lavori della coalizione. Il gruppo alla Knesset è composto da quattro deputati: se dovesse maniere questa posizione anche l’8 maggio, quando è previsto il rientro del Parlamento dalla pausa, allora l’esecutivo è destinato a cadere. Anche perché nei giorni scorsi Idit Silman aveva annunciato l’uscita da Yamina, il partito del primo ministro Naftali Bennett, di cui era capogruppo portando sul 60 a 60 gli equilibri alla Knesset tra maggioranza e opposizione. Lei spera nella nascita di un governo di destra, dunque con Bennett e con il suo predecessore (di cui era un fedelissimo) Benjamin Netanyahu, senza necessità di passare dalle elezioni (i numeri alla Knesset ci potrebbero essere, a mancare sembra essere la volontà delle parti a lavorare assieme). Ma sarebbero in corso le trattative per un suo approdo al Likud, il partito dell’ex primo ministro.

Le mosse di Raam e di Silman, a cui si somma la reticente di Bennett ad affrontare la questione palestinese per evitare ulteriori tensioni nel governo, rischiano così di portare Israele alle urne per la quinta volta in soli tre anni.

Anche per questo motivo gli Stati Uniti si stanno spendendo molto a livello diplomatico per calmare le acque. Washington ha molto scommesso, meno di un anno fa, sulla nascita del governo Bennett per due ragioni in particolare. La prima: ha rappresentato una svolta dopo 12 anni di regno ininterrotto di Netanyahu, che aveva coltivato un ottimo rapporto con il predecessore di Joe Biden alla Casa Bianca, Donald Trump. La seconda: secondo gli accordi “di rotazione” siglati alla nascita dell’esecutivo, il primo ministro Bennett dovrebbe lasciare la guida del governo a Lapid, politico centrista molto in sintonia con l’amministrazione Biden, a metà legislatura, cioè alla fine del mese di agosto del 2023.

La diplomazia statunitense è “in contatto con alti funzionari israeliani e palestinesi per cercare di allentare le tensioni” e “garantire la sicurezza” tramite telefonate “anche di altissimo livello”, ha spiegato Ned Price, portavoce del dipartimento di Stato. E, esprimendo “profonda preoccupazione”, ha aggiunto: “Continuiamo a chiedere a tutte le parti di esercitare la moderazione, di evitare gesti e retorica di provocazione, e di preservare lo status quo storico”. Nessun riferimento diretto al governo Bennett-Lapid, a dimostrazione di quanto delicata sia la situazione vista da Washington.

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