Da Sanaa segnali importanti per trovare una via per porre fine alla guerra. Riad sostiene (anche finanziariamente) il processo di dialogo delle Nazioni Unite. Il conflitto con gli Houthi è sanguinoso e sfiancante

Il presidente dello Yemen, Abd-Rabbu Mansour Hadi, ha licenziato il suo controverso vice e ha delegato i propri poteri a un consiglio presidenziale in una mossa sostenuta dall’Arabia Saudita, rimuovendo alcuni ostacoli agli sforzi guidati dalle Nazioni Unite per far rivivere i negoziati e porre fine alla guerra civile che dilania il Paese da sette anni. Quello annunciata oggi, giovedì 7 aprile, è uno dei più importanti passi avanti anche perché si abbina alla tregua di due mesi che è stata concordata tra i miliziani Houthi e le forze della Coalizione internazionale a guida saudita. Le armi sono state fermate sabato scorso, per la prima volta dal 2016.

Il vicepresidente dimissionario Ali Mohsen al-Ahmar, un generale sunnita di orientamento molto conservatore, è considerato un ostacolo su qualsiasi negoziato: un falco nella linea contro gli Houthi (a cui si oppone anche per questioni ideologiche, considerandoli con una semplificazione apostati sciiti), ha condotto campagne militari contro le loro roccaforti settentrionali e non è ben visto per il ruolo di primo piano che ha avuto nella guerra civile nord-sud del 1994.

Hadi ha affidato la delega per le future le trattative a un Consiglio presidenziale, i cui componenti sono stati accolti a Riad dall’erede al trono e factotum del regno, Mohammed bin Salman, con l’invito di “avviare negoziati con gli Houthi, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, per raggiungere una soluzione politica definitiva e globale che includa un periodo di transizione che sposterà lo Yemen verso la pace e lo sviluppo”.

Il nuovo consiglio, composto da un presidente e sette vice presidenti, sarà guidato da Rashad Al-Alimi, che gode del sostegno saudita e ha una stretta relazione con il principale raggruppamento politico, il partito islamista Islah. I vicepresidenti includono il leader del gruppo separatista del sud, il Consiglio di transizione meridionale, Aidarous al-Zubaidi, che è sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti.

L’Arabia Saudita e gli Emirati, guida e primo partner della coalizione, inietteranno anche un miliardo di dollari ciascuno nella banca centrale dello Yemen e il regno concederà un ulteriore miliardo di dollari per i prodotti petroliferi e lo sviluppo. Si tratta di un’iniezione da tre miliardi, fondamentale per le casse di Sanaa. Hadi ha preso il timone di uno stato yemenita in rovina nel 2012, pensando a un piano di transizione politica sostenuto dagli stati del Golfo dopo le proteste della primavera araba del 2011 che hanno fatto cadere il presidente Ali Abdullah Saleh.

Riad, che ha depositato l’ultima volta fondi nella banca centrale di Aden nel 2018, ha lottato per uscire dal costoso e impopolare conflitto, che è ampiamente visto nella regione come una guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran – dato che i Pasdaran forniscono armamenti agli Houthi, che i ribelli yemeniti spesso usano per colpire il territorio saudita, e dato che quando bin Salman lanciò l’intervento nel 2015 ne parlò come un primo test operativo per una Nato Araba con funzioni anti-Teheran.

La guerra ha ucciso decine di migliaia di persone e devastato l’economia, lasciando l’80 per cento della popolazione di circa 30 milioni di persone a dipendere dagli aiuti, creando una crisi umanitaria senza precedenti in uno dei Paesi più poveri del mondo. Gli Houthi hanno intensificato gli attacchi alle strutture energetiche e militari saudite negli ultimi mesi, oltre a fare il loro primo attacco mortale contro gli Emirati Arabi Uniti quest’anno. Anche a questo si lega la necessità per spingere verso i negoziati.

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