Si è chiuso il secondo incontro del Consiglio commercio e tecnologia tra Ue e Usa. Progresso sul fronte tecno-democratico, ma rimangono divergenze tra gli alleati. Patrizio Caligiuri, direttore Affari istituzionali e comunicazione e Cristiano Zagari, International affairs specialist (PagoPA) leggono il Ttc

Gli addetti ai lavori lo chiamano Ttc, acronimo che sta per Trade and Technology Council (Ue-Usa), sulla carta una piattaforma di confronto, nata tra le due sponde dell’Atlantico nel dicembre 2020 per “facilitare gli scambi, espandere gli investimenti, sviluppare standard compatibili, promuovere l’innovazione e rafforzare la leadership tecnologica e industriale dei partner” (transatlantici), ma anche per “guidare la trasformazione digitale basata sui valori” (transatlantici). Su questi due aspetti, l’uno tecnico e l’altro politico, si delinea concretamente lo spettro di azione di questa nuova struttura formalmente lanciata a Pittsburgh il 29 settembre 2021.

Si è concluso presso l’Università Parigi-Saclay il secondo atto ufficiale del Ttc, un primo importante pitstop per provare a capire lo stato di salute delle relazioni transatlantiche dopo l’era Trump e nel pieno di una crisi globale inedita sia per modalità che per natura.

A una prima lettura del documento finale emerge con chiarezza il fine ultimo valoriale: “siamo convinti che l’approccio transatlantico condiviso, democratico e rispettoso dei diritti, che pone gli individui al centro, sia il modo migliore per affrontare le sfide e le opportunità globali presentate dalla trasformazione digitale”. Al contempo emergono anche gli strumenti per arrivarci: “il [Ttc] intende sviluppare approcci comuni ed esplorare soluzioni condivise per migliorare la resilienza della catena di approvvigionamento, rafforzare la predittività (predictability) e la diversificazione del commercio”.

Il documento fornisce anche dettagli sui 10 gruppi di lavoro avviati nell’ambito del Ttc, che si impegnano a promuovere la collaborazione in settori quali il controllo delle esportazioni, lo screening degli investimenti e lo sviluppo di standard internazionali, ma anche a concordare approcci comuni per la sorveglianza dello spazio digitale e delle tecnologie emergenti.

I NODI TRANSATLANTICI

Se le parti paiono condividere lo scenario di riferimento e l’esigenza di rinforzare l’alleanza, la situazione segna ancora distanze circa il modo in cui i suddetti strumenti vengono utilizzati per raggiungere il fine delineato.

Ad oggi, la più grande differenza tra Usa e Ue sta proprio qui: entrambe le sponde dell’Atlantico concordano sul fatto che la doppia transizione ecologica e digitale vada regolata, ma al tempo stesso divergono sul dove e soprattutto sul quanto regolamentare.

Se volessimo semplificare al massimo potremmo osservare che il confronto è esattamente tra i due reciproci punti di forza: gli Usa hanno una supremazia tecnologica, l’Ue ha una capacità regolatoria in grado di condizionare i mercati.

Su questo crinale sembra giocarsi il confronto, ed è qui che occorrerà trovare un punto di equilibrio.

Sinora, per Washington, l’Europa starebbe utilizzando la leva regolamentare in modo eccessivo. Del resto che l’effetto Bruxelles venga percepito come troppo invasivo lo testimoniano le frizioni istituzionali di quest’ultimo anno sul Digital Markets Act e al Digital Services Act. Come anche, più in generale, il recente scatenarsi di una vera e propria corsa all’ingaggio dei migliori talenti presenti sul mercato in ambito data analysis e lobbying da parte di Commissione europea e Big Tech. Fine ultimo di queste due dinamiche in corso: livellare a proprio favore il termostato regolatorio.

IL CAPITOLO PRIVACY SHIELD

Come se non bastasse, a complicare ulteriormente il quadro oltre al livello d’intensità regolatoria, pendono sul negoziato aspetti filosofici insiti nelle due impostazioni transatlantiche, su tutti la diversa angolazione da cui si guardano i dati e la loro relativa tutela. In particolare, lo stallo, in corso ormai da due anni, in ambito di Transatlantic Data Privacy Framework dovuto all’incapacità da parte statunitense di garantire a Bruxelles reciprocità rispetto alla tutela dei dati.

Il problema venutosi a creare tra le due sponde atlantiche deriva dal fatto che l’Europa (Sentenza Schrems II) lamenta che leggi americane non riconoscono agli interessati una tutela equivalente a quanto a loro riconosciuto dalla disciplina europea. Alla base dello scetticismo europeo, l’inesistenza ad oggi di una legge federale statunitense sulla protezione dei dati.

Con queste premesse, a sorpresa, il 25 marzo scorso a margine di alcuni importanti bilaterali atlantici Stati Uniti ed Unione Europea hanno raggiunto un accordo “di principio” volto a sbloccare la situazione.

Ma tale accordo di principio ripone su un ordine esecutivo del Presidente degli Stati Uniti volto ad indirizzare le politiche esecutive delle agenzie del Governo federale degli Stati Uniti (tra cui le agenzie di sicurezza nazionale e di intelligence); provvedimento, solido in quanto a sostenibilità del rapporto politico, ma non solidissimo in assoluto, in quanto impugnabile di fronte all’autorità giudiziaria per violazione della Costituzione americana.

Tale vicenda, rappresenta in quanto a dinamica la situazione generale descritta dalla Dichiarazione finale di Parigi-Saclay: tanti strumenti sul tavolo da utilizzare, tanta volontà di utilizzarli ma anche tanta incertezza sul come utilizzarli.

COSA CI LASCIA IN DOTE IL TTC DI PARIS SACLAY? 

Anzitutto la riaffermazione, tanto più rilevante oggi, delle ragioni dell’alleanza e la consapevolezza di una nuova stagione di confronto tra Est e Ovest, seppur in modalità ovviamente diverse rispetto al passato e a geometrie parzialmente variabili.

In questo quadro generale, ci sono alcuni motivi contingenti tra i quali vi è il ritrovarsi, insieme, “dall’altra parte” rispetto all’attuale politica russa: la dichiarazione finale del Ttc condanna la campagna militare della Russia e si impegna a “coordinare” gli sforzi transatlantici per assistere l’economia ucraina e cercare di risolvere i problemi della catena di approvvigionamento sorti nel corso del conflitto.

Un secondo motivo, poi, è la necessità di costruire un’alternativa da proporre (soprattutto ai Paesi in via di sviluppo) rispetto al “pacchetto cinese” composto da tecnologia a basso costo ma anche da condizioni collaterali molto vincolanti.

In tal proposito nella dichiarazione finale la Cina non viene mai nominata, si parla invece di “economie non basate sul mercato” e di “condivisione di un modello democratico e rispettoso dei diritti, che pone gli individui al centro e tuteli la sicurezza della catena di approvvigionamento”; un vero e proprio compromesso diplomatico tra gli statunitensi che avrebbero voluto essere più espliciti sfruttando lo slancio fornitogli della crisi ucraina e gli europei che con Pechino preferiscono mantenere un approccio più dialogante.

In tal proposito, per quanto il modo di rapportarsi nei confronti di Pechino differisca, il messaggio di fondo della Dichiarazione di Parigi-Saclay non presenta ambiguità (e c’è da augurarsi che così sia): il vero confronto di influenza strategica sul piano economico, commerciale e valoriale di questi decenni si sta giocando e si giocherà con la Cina.

Infine, tra le ragioni dello stare insieme, il motivo di medio periodo: la condivisione di un telaio regolamentare comune in grado di dare nuove certezze alla comunità internazionale a cominciare dal tessuto produttivo sul quale al momento pesa maggiormente la situazione di incertezza regolatoria.

RINSALDARE L’ASSE TRANSATLANTICO

In conclusione, dal punto di vista dell’agenda internazionale c’è da attendersi che dopo un Ttc che ha funzionato quasi esclusivamente in modalità valoriale per questioni di opportunità (l’odierno stare insieme contro una minaccia comune “fruisce” coesione immediata alle fondamenta di un progetto ad oggi non ancora maturo) risulta lecito attendersi e auspicare che il prossimo Ttc, che si terrà negli Usa a fine anno, riesca a sciogliere i nodi negoziali che ad oggi frenano non poco il raggiungimento di un effettivo modello di governance condivisa in nome dei diritti e della democrazia.

Che le ragioni dello stare insieme alla fine prevalgano appare quasi scontato; c’è da augurarsi che ciò avvenga in tempi più rapidi di quelli che paiono paventarsi, e che l’Europa riesca spostare il punto di equilibrio finale un filo più avanti di quanto le condizioni contingenti rischiano di determinare, in favore dell’autorevole amico e alleato transatlantico.

Foto: profilo Twitter di Margrethe Vestager

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