La decisione dell’amministrazione Biden di riposizionare forze speciali e unità di supporto in Somalia è dovuta al peso della minaccia rappresentata da Shabab, e si collega alla nuova presidenza Mohamud, spiega Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies. Gli Usa intendono dare capacità militari a Mogadiscio

Mentre Hassan Sheikh Mohamud incassa le congratulazioni dal ministero degli Esteri cinese per l’elezione a presidente, gli Stati Uniti annunciano che le missioni contro il gruppo combattente jihadista Shabab — una delle organizzazioni più violente del terrorismo in Africa — saranno riprese anche a livello di incursioni dirette contro la leadership del gruppo, visto il livello di deperimento dalla situazione di sicurezza.

È uno spaccato chiaro su una delle differenza con cui Cina e Usa portano avanti le proprie relazioni con Paesi terzi. Pechino dice di voler “migliorare e approfondire” i rapporti con la Somalia, ma non ha mai accettato di farsi coinvolgere in missioni per il raggiungimento di migliori livelli di sicurezza. Washington sta riportando in alto sull’agenda il tema della fu War on Terror, perché soprattutto in Africa i gruppi affiliati alle sigle globali del terrorismo stanno diventando un problema internazionale.

Gli Stati Uniti guidano missioni multilaterali di lotta al terrore, e in Somalia hanno a lungo combattuto Shabab, decapitandolo e mirando centri di addestramento, come forma di assistenza diretta alla stabilità dei governi locali. La Cina non ha preso parte ufficialmente a nessuna delle operazioni contro al Qaeda e contro lo Stato islamico, nonostante alcune aree del Paese come lo Xinjiang soffrano anche dinamiche di radicalizzazione piuttosto spinte (peggiorate dalle attività settarie portate avanti dal Partito comunista cinese contro i musulmani) e sia presente in territori dove le organizzazioni combattono.

Secondo le informazioni ottenute dal New York Times, il presidente Joe Biden avrebbe “segretamente” firmato un ordine esecutivo per invertire una delle decisioni di disingaggio con cui l’amministrazione Trump procedeva al disimpegno strategico dalla regione del Mediterraneo allargato, con mosse a volte volutamente smaccate. Quello di Biden non è tanto un ritorno sui passi del predecessore, ma una necessità. Shabab non è sconfitta, e anzi porta avanti la propria agenda violenta, che destabilizza le attività governative.

L’amministrazione Biden ha finora seguito le orme lasciate da Donald Trump, che aveva ritirato quasi tutti i componenti della forza da combattimento di 700 uomini (forze speciali più logistica e unità da reazione rapida) che si trovavano nel Paese, e limitato i raid aerei a rare missioni di copertura a sostegno delle truppe locali. Ora parte di quel contingente sarà riattivato, secondo una richiesta del Pentagono che dura da tempo e che Biden ha ascoltato firmando quell’ordine esecutivo a inizio maggio per riattivare completamente le missioni che Pentagono e Cia conducono da anni.

La scelta di Biden rivitalizza un’operazione antiterrorismo che dura a tempo indeterminato ed è già passata per tre amministrazioni. La mossa è in contrasto con la decisione della Casa Bianca di completare il ritiro delle forze americane dall’Afghanistan, quando Biden diceva che è ora di porre fine alla forever war contro i terroristi, passando a un altro genere di missioni più fluide e a maggiore coinvolgimento di alleati e partner.

“La decisione di reintrodurre una presenza persistente è stata presa per massimizzare la sicurezza e l’efficacia delle nostre forze e consentire loro di fornire un supporto più efficiente ai nostri partner”, ha spiegato la portavoce del Consiglio di Sicurezza nazionale reagendo allo scoop del NYTimes, e definendo la decisione trumpiana di uscire dalle attività dirette nel Paese come “precipitosa”. Già ai tempi di quel ritiro molto America First i vertici del Pentagono avevano posizioni scettiche se non critiche. Tant’è che si era mediato su uno spostamento parziale, con la gran parte delle truppe somale americane che erano state inviate alla base di Lamu, in Kenya.

La rinnovata strategia somala si concentrerebbe sull’eliminazione di alcuni leader Shabab ritenuti un pericolo diretto per gli Usa, per gli interessi americani e per gli alleati (in quanto capaci di organizzare attacchi anche fuori dal Paese e di creare proselitismo con cui rafforzare il gruppo). Nonché sul mantenimento di una presenza molto accurata sul terreno per poter lavorare con i somali. Secondo Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, sicuramente la nomina di Sheikh Mahmud si porta dietro questa promessa di impegno maggiore americano, davanti a una escalation operativa di Shabab negli ultimi mesi.

“Shabab ha aumentato la sua azione militare in funzione di un’ingerenza politica, ossia nella capacità di scelta dei somali, perché ha constatato come la Somalia, sebbene a piccoli passi, si sta riavviando verso un sistema pluralista dove le istituzioni hanno un ruolo: ed ecco perché ha iniziato a compiere attacchi per colpire le capacità decisionali e di controllo militare dello Stato, nel tentativo di destabilizzarlo e mostrarlo debole”, spiega Pedde.

L’invio di un maggior numero di truppe statunitensi e l’individuazione di un piccolo numero di alti dirigenti di Al Shabab, senza un impegno diplomatico e politico più concertato ed efficace da parte degli Stati Uniti e di altri Paesi, non si porta dietro il rischio che il gruppo somalo esca rafforzato davanti a un nemico contro cui può spingere la narrazione jihadista con proseliti e potenziali tali. “Nella sua concezione generale quella americana è una attività positiva: c’è una volontà statunitense di fornire al presidente la capacità operativa di cui disporre davanti a quelle attività di Shabab”, risponde Pedde.

D’altronde, a quanto pare, gli americani intendono solo ripristinare in parte la capacità di targeting, “però va detto – aggiunge l’analista – che questa in Somalia non è stata mai particolarmente popolare per ciò che riguarda l’attacco con i droni, perché si sono portati dietro vittime collaterali e critiche da parte della popolazione. Ora bisognerà capire se queste attività verranno riprese, o il targeting verrà fatto solo con i raid delle forze speciali”. Azioni complicate perché la leadership si trova in aree protette e controllate dal gruppo.

L’intelligence statunitense stima tra i 5 e i 10mila combattenti attivi di Shabab, che è un’affiliazione nel Corno d’Africa di al Qaeda. L’agenda degli Shabab (la gioventù, in arabo) è stata sin dalla fondazione piuttosto incentrata su dinamiche locali, ma negli ultimi anni le attività si sono allargate sfruttando anche la condizione caotica della regione — creando potenziali minacce di azione in Occidente e contro gli interessi occidentali all’interno di quel quadrante altamente strategico.

È sulla base di queste considerazioni che la Casa Bianca ha affidato il dossier nelle mani di Elizabeth Sherwood-Randall: è dalla revisione della consulente del presidente per la lotta al terrorismo che nascono le nuove decisioni. A metà marzo era stato il generale quattro stelle Stephen Towsend, capo di AfriCom, a dire chiaramente — in audizione al Senato — che quanto gli Stati Uniti stavano facendo in Somalia era “inefficace”. Gli americani facevano training alle forze locali, ma gli istruttori cambiavano in cicli di otto settimane e spesso dovevano ricominciare d’accapo ogni volta.

Ora verrà riattivata la presenza permanente di team dei Navy Seals (che sono le forse speciali che coprono quel quadrante), con supporto logistico, intelligence sul campo e forze di reazione rapida delle unità speciale dell’esercito, ossia tutto il sistema combat che il Devgru si porta dietro (un totale potenziale di 450 unità joint secondo alcune indiscrezioni). “Al Shabab rimane la più grande, la più ricca e la più letale affiliata di Al Qaeda, responsabile della morte di migliaia di innocenti, compresi gli americani”, aveva detto Towsend durante una visita a Mogadiscio a febbraio. “Distruggere gli intenti maligni di Al Shabab richiede una leadership da parte dei somali e un sostegno continuo da parte di Gibuti, Kenya, Stati Uniti e altri membri della comunità internazionale”, spiegava.

Il generale delineava un quadro per la stabilizzazione che comporta un coinvolgimento attivo anche all’interno del lavoro sporco con cui combattere il terrorismo. “Attività a cui invece altri Paesi, come la Cina che è molto presente in quell’area, non si interessano. Pechino evita abitualmente di entrare in dinamiche combat perché sono quelle che si portano dietro questioni delicate sia sul piano interno, sia su quello locale che internazionale”, spiega Pedde.

Le policy del Partito/Stato si bloccano al piano economico-commerciale, in alcuni casi arrivano a quello politico, ma non toccano quello securitario. Le attività cinesi molto spesso beneficiano di ciò che altri Paesi fanno per stabilire un quadro di sicurezza, anche se molto spesso utilizzano questa dimensione per criticare Stati Uniti e Paesi occidentali e le loro operazioni (è parte dello scontro tra modelli in atto, in questo caso Pechino vuole evidenziare queste operazioni come violazione della sovranità e ingerenze occidentali davanti alle cittadinanze locali).

Secondo Pedde, ora occorre capire i termini del re-engagement americano, ma una volta definito il quadro per l’Italia “potrebbe aprirsi un’opportunità di decidere, sempre nell’ambito dei decreti sulle missioni (che definisce la missione Miadit per l’addestramento delle forze di polizia somale, ndr), se rinforzare la nostro presenza oppure lasciarla su un livello di coinvolgimento limitato”. Il Corno d’Africa, continua l’analista italiano, “è sempre un’area di priorità teorica, ma poi la traduzione di queste priorità in azione politica e politica-militare è sempre stata altalenante. Ora il ritorno americano cambia ancora lo scenario, che recentemente ha avuto ulteriori complessità con la crisi etiope, la situazione dell’Eritrea, gli equilibri internazionali mutati e le geometrie asimmetriche nel sostegno ai Paesi nell’area”.

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