Via Nazionale presenta uno studio approfondito che rimette al centro del dibattito, proprio mentre arrivano i primi fondi del Pnrr, la questione di un Mezzogiorno in perenne affanno. Tra problemi strutturali, culturali ma anche della politica (centrale)

Il Mezzogiorno ha le sue colpe, ma questo non vuol dire che l’Italia nel suo complesso non ne abbia. Quando i primi miliardi del Pnrr sono già nei cassetti dei ministeri pronti per essere smistati, burocrazia permettendo (qui l’intervista al presidente degli industriali di Napoli, Costanzo Jannotti Pecci), torna ancora una volta in auge il dibattito sugli eterni ritardi del Meridione.

A rilanciare l’ennesimo sasso nello stagno ci ha pensato la Banca d’Italia, che ha elaborato il rapporto Il divario Nord-Sud: sviluppo economico e intervento pubblico, curato dagli economisti della Banca d’Italia, presentato  durante un evento dell’istituzione di Via Nazionale alla presenza del governatore Ignazio Visco e del ministro per il Sud, Mara Carfagna, che proprio il mese scorso a lanciato da Sorrento una nuova chiamata per il Mezzogiorno.

TUTTA COLPA DEL SUD (O NO?)

Sono cinque le chiavi di lettura del documento di Palazzo Koch. Ovvero, differenze di sviluppo economico che a livello territoriale nell’ultimo decennio si sono ancor più allargate, costante diminuzione del peso economico del Mezzogiorno, crescente difficoltà nell’impiegare la forza lavoro disponibile. E ancora, riduzione dell’accumulazione di capitale, minore crescita della popolazione rispetto alle aree più avanzate del Paese, dove si sono concentrati i flussi migratori.

Ma dov’è l’origine del male? Secondo lo studio di Bankitalia, “il settore privato meridionale, già fortemente sottodimensionato, si è ulteriormente contratto: al Sud sono accentuati i tratti tipici del sistema produttivo nazionale, tra i quali il ruolo preponderante di micro imprese e di attività a controllo familiare, nel complesso poco dinamiche e meno in grado di sfruttare le nuove tecnologie digitali”. Ora, queste caratteristiche, “unite a fattori di contesto sfavorevoli come i tempi elevati delle procedure di recupero dei crediti per via giudiziale, si traducono in maggiori difficoltà ad accedere al credito e ad altre forme di finanziamento”.

Non è tutto. “I livelli di impiego della forza lavoro, già tra i più bassi di Europa, sono ulteriormente diminuiti, come è diminuita la qualità media dell’occupazione. Nel settore privato rimane alta l’incidenza del lavoro irregolare ed è maggiore l’instabilità dei rapporti lavorativi”. Un passaggio che sa di ammenda, anche se poi colpe e responsabilità possono essere anche altrove.

LA POLITICA LATITANTE

Poi però c’è la politica, il governo. Che forse doveva, poteva, fare di più. “Sulle difficoltà economiche del Mezzogiorno pesano pure gli ampi ritardi nella dotazione di infrastrutture e nella qualità nei servizi pubblici erogati sia dagli enti locali, sia dallo Stato attraverso le proprie articolazioni periferiche. Tali divari riflettono in parte una carenza di risorse che si è aggravata nel decennio precedente lo scoppio della pandemia, durante il quale la politica di bilancio nazionale è stata in prevalenza orientata al consolidamento dei conti pubblici”.

La sintesi è stata affidata al governatore Visco, per il quale “dalla gravità del ritardo di sviluppo del Mezzogiorno, conseguono disuguaglianze economiche e sociali e ne risulta frenata tutta la crescita nazionale”. Secondo Visco, “anche nell’elevata incertezza dovuta alla guerra in Ucraina, il Piano nazionale di ripresa e resilienza offre straordinarie opportunità per aggredire i fattori di ritardo della nostra economia e per rafforzare la coesione territoriale del paese obiettivo. Quindi oggi abbiamo la possibilità di muoverci in modo progressivo ma risoluto per superare infine quella che da decenni va sotto il nome di questione meridionale”.

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