Nonostante i debiti, la società torinese leader nella progettazione di tunnel sembrava in grado di farcela. Invece, dopo soli 5 anni dall’ingresso, l’azionista di maggioranza (un gruppo controllato dal governo di Pechino con 780 società nel mondo e un fatturato di 65 miliardi di dollari) ha portato i libri in tribunale. Ecco com’è successo e cosa ne sarà oggi degli oltre 400 dipendenti

Geodata è una società nata nel 1984 come startup nell’orbita del Politecnico di Torino e diventata nei decenni a seguire leader in Italia e non solo nella progettazione di tunnel, con filiali in più di 20 Paesi sparsi nel mondo, oltre 3.700 progetti gestiti in 45 Stati, 4.000 chilometri di infrastrutture sotterranee realizzate, 400 dipendenti, più di 500 clienti pubblici e privati, oltre a diverse certificazioni internazionali di qualità. Nel 2017, in una fase di bisogno di un socio industriale e finanziario per far fronte alla crisi del mercato di riferimento, il fondatore, l’ingegnere Piergiorgio Grasso, ha accettato l’offerta di PowerChina, un’azienda controllata dal governo cinese, con cui già collaborava, che ne ha rilevato l’80% delle quote. Il company profile del 2022 racconta di una crescita media annua che in 38 anni di attività “è stata del 15%” e di un fatturato medio degli ultimi tre anni che “ammonta a 30 milioni di euro, il 90% di quale proveniente dall’estero”.

Allora com’è possibile che questa società, leader nella progettazione di tunnel e con alle spalle un colosso come PowerChina, che nel 2020 ha fatturato 65 miliardi di dollari e che controlla circa 780 società nel mondo, abbia dichiarato bancarotta pochi giorni fa?

È accaduto nei primi giorni di maggio. Una mail ai dipendenti comunicava la chiusura dell’azienda: “Bankruptcy”, cioè fallimento, come ha raccontato l’edizione torinese del Corriere della Sera. A nulla sono valsi i tentativi dei soci italiani di minoranza. La dichiarazione di fallimento è stata depositata alla VI sezione civile del tribunale di Torino, sia per la holding (Geodata Spa) sia per la società operativa (Geodata Engineering). L’azionista di maggioranza ha comunicato l’intenzione di ritirarsi e di chiudere le attività, senza alcun preavviso per i dipendenti che hanno ricevuto l’ultimo stipendio ad aprile e non hanno potuto chiedere neanche la cassa integrazione.

“La decisione pare non sia stata documentata, non se ne sarebbe parlato in consiglio di amministrazione, né in assemblea soci”, ha ricostruito MF-Milano Finanza. Secondo i sindacati, ha raccontato il Corriere della Sera, Geodata “avrebbe ancora un sacco di lavori, e di commesse, ma anche elevati debiti alle spalle, nonostante un bilancio (2020) da 20 milioni di ricavi e 3 di perdita”.

MF-Milano Finanza ha snocciolato i dati: “Geodata ha chiuso il 2021 con un ebitda attorno allo zero e 26 milioni di ricavi, mentre nei soli primi tre mesi del 2022 ha registrato 8 milioni di entrate con un portafoglio ordini di 50 milioni e altrettanti progetti vinti in attesa di essere definiti nel dettaglio con contratti attuativi”. E ancora: “Negli ultimi 10 mesi non risulterebbero perdite sull’esercizio ordinario, avendo messo a punto un leggero miglioramento della marginalità, mentre i flussi di cassa sono in equilibrio. Quanto ai debiti, quelli più importanti, per circa trenta milioni, sono legati a prestiti effettuati dal socio di maggioranza. A questi va aggiunta una decina di milioni di debiti nei confronti dell’Erario, delle banche e dei fornitori, non rispetto ai dipendenti”. La stessa testata ha così concluso: “La società sarebbe quindi in grado di farcela”.

Ma evidentemente PowerChina la pensa in altro modo.

Soltanto cinque anni fa, quando l’acquisizione veniva benedetta dalla diplomazia cinese con la presenza dell’allora ministro consigliere commerciale dell’ambasciata a Roma, Xu Xiaofeng, PowerChina parlava di operazione win-win. Si tratta di un’espressione molto utilizzata dalle autorità e dalle società legate al governo di Pechino per definire la Via della Seta, che rappresenta, invece, per altri Paesi, a partire dagli Stati Uniti, un progetto espansionistico basato su pratiche coercitive. Ecco cosa diceva Liao Yuanquing, presidente di PowerChina, citato sul Sole 24 Ore:Geodata diventa uno dei brand principali del nostro gruppo, siamo fiduciosi per il futuro, la società potrà avere uno spazio migliore di sviluppo, puntiamo alla leadership nei progetti sotterranei”. Questo, invece, riportava il China Daily, giornale controllato dal Dipartimento della propaganda del Partito comunista cinese: “Si tratta di un’altra pietra miliare dell’espansione commerciale di PowerChina in Europa, dopo l’acquisto della società tedesca TLT-Turbo nel 2014”.

Su queste pagine ci siamo occupati recentemente di chi controlla PowerChina, cioè la Commissione per la supervisione e l’amministrazione dei beni di proprietà statale del Consiglio di Stato (Sasac): è la stessa la cui sezione di Wuhu controlla uno degli azionisti di Efort Intelligent Equipment, un’altra società fortemente legata al governo di Pechino, alla quale il governo Draghi ha recentemente impedito, esercitando i poteri speciali, un trasferimento di tecnologia dall’Italia congelando un’operazione con Robox, leader nella robotica con sede a Novara. Alcuni mesi fa gli esperti di Datenna avevano definito quella Geodata-PowerChina come un’operazione “a media influenza” del Partito comunista cinese, come raccontato su Formiche.net.

E ora? “Ci sarebbero altri gruppi industriali interessati a rilevare l’azienda”, ha raccontato il Corriere della Sera. MF-Milano Finanza ha parlato di un fondo con sede a Londra che vorrebbe subentrare ai cinesi rilevando Geodata a 1 euro e cancellando i 30 milioni di debito. Ma PowerChina mirerebbe a realizzare una marginalità di 2,5-3 milioni. In ogni caso, offerte concrete al curatore non ne sono ancora arrivate.

Geodata ha importanti competenze ingegneristiche e certificazioni internazionali fondamentali per partecipare alle grandi gare: comprarla oggi senza spendere troppo potrebbe essere un affare. Ma c’è un problema. Una società di progettazione ha un vero grande asset, le persone. E diversi dipendenti sono già andati via.

Una situazione che stride molto con quel “FORZA ITALIA” gridato su Twitter dal manager Chen Guanfu all’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte a fine marzo 2020, in piena emergenza pandemica.

(Foto: Michele D’Ottavio, Geodata)

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