Piani di attacco congiunti tra Usa e Israele, nuove sanzioni, programma nucleare in evoluzione. Sull’Iran si muovono alcune informazioni che sembrano un messaggio diretto a Teheran, mentre entrano in stallo i colloqui sul Jcpoa

Israele si è coordinato con gli Stati Uniti prima di alcuni degli attacchi condotti in Siria negli ultimi anni, secondo informazioni fornite da fonti statunitensi al Wall Street Journal.

Mentre Israele e la Russia si coordinano sulle operazioni dello Stato ebraico in Siria attraverso un meccanismo di deconflicting con cui evitare “incidenti” aerei, gli Stati Uniti hanno per lo più taciuto su qualsiasi pianificazione con gli israeliani — che dal 2013 conducono raid aerei con velivoli o missili contro milizie sciite collegate ai Pasdaran (l’ultimo di questi, pochi giorni fa, ha colpito il compound dell’aeroporto di Damasco).

Secondo il WSJ, per diversi anni molte delle operazioni di Israele in Siria sono state esaminate in anticipo per l’approvazione da parte di alti funzionari del Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) e del Pentagono. A quanto pare, il coordinamento segreto viene condotto per garantire che gli attacchi aerei israeliani non interrompano le operazioni della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico.

Il Centcom esaminerebbe soltanto gli attacchi nei pressi della base di Al Tanf, un avamposto nel sud-est della Siria usato dalla Coalizione internazionale contro i baghdadisti. Sebbene molti degli attacchi israeliani siano condotti in altre aree siriane, negli ultimi anni ci sono stati raid lanciati dalla zona della base per evitare le difese aeree siriane.

In quella zona, contigua all’Iraq, lungo il corridoio dell’Eufrate, e vicina ai giacimenti petroliferi di Deir Ezzor, Damasco non controlla il territorio e la Russia — tutrice del regime — non ha difese aeree. Gli israeliani spesso usano missili lanciati da molta distanza per colpire gli obiettivi siriani da cieli sicuri. In passato ci sono stati già scontri tra forze della Coalizione (sostanzialmente statunitensi) e milizie sciite filo-iraniane che supportano il regime assadista.

A novembre 2021 , il New York Times aveva avuto informazioni, sulla base di funzionari anonimi dell’intelligence statunitense e israeliana, secondo cui un attacco alla base di Al Tanf, avvenuto il mese precedente, è stato condotto da milizie filo-iraniane per ritorsione contro presunti attacchi aerei israeliani in Siria. Le milizie filo-iraniane hanno preso di mira la base più volte con droni e razzi. Nell’ultima occasione gli Usa hanno apertamente accusato l’Iran.

Un ex funzionario statunitense ha dichiarato al WSJ che c’è in piedi un “processo ben sviluppato e deliberato”: il meccanismo di coordinamento segreto prevede che Israele fornisca in anticipo i dettagli delle missioni pianificate al Centcom, il quale effettua una revisione e informa il segretario alla Difesa e il capo dello Stato maggiore congiunto.

Di solito gli Stati Uniti approvano gli attacchi pianificati, ma occasionalmente hanno anche chiesto a Israele di apportare modifiche per non interrompere le operazioni statunitensi. Due casi specifici dimostrano la circostanza straordinaria della richiesta: il raid della Delta Force statunitense nel 2019 che ha ucciso il leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi e durante una fase particolarmente attiva della campagna guidata dagli Stati Uniti contro l’Is nella valle dell’Eufrate.

Dietro l’uscita di queste informazioni non può non essere letto un quadro più ampio. Arrivano infatti mentre i talks per la ricomposizione del Jcpoa — l’accordo sul congelamento del programma nucleare iraniano — sono entrati in stallo. Mentre Joe Biden si prepara a un viaggio in Medio Oriente dove incontrerà i leader di Israele e Arabia Saudita, i due principali rivali dell’Iran. E mentre sembra in corso una campagna clandestina per colpire l’Iran all’interno.

Washington — e in modo anche più acceso gli E3, i tre Paesi europei che con Russia e Cina sono ancora parte dell’intesa — criticano l’Iran. Francia, Germania e Regno Unito, insieme agli Stati Uniti, sostengono che Teheran stia bloccando il dialogo nel tentativo di innescare uno stallo continuativo, come sta d’altronde facendo da oltre un anno. Ossia da quando l’amministrazione Biden ha iniziato contatti diplomatici per ricomporre quello che la presidenza Trump aveva incrinato con l’uscita unilaterale del 2018.

L’interesse iraniano starebbe nel continuare ad allungare le trattative mentre procede nel violare i termini dell’intesa (secondo un meccanismo in parte contenuto nel Jcpoa), e nel farlo portarsi avanti sul programma atomico. L’obiettivo potrebbe essere arrivare a un arricchimento di livello militare  per spingere un cambio di scenario e un aumento della forza negoziale. Secondo l’International Atomic Energy Agency, il cui direttore Rafael Mariano Grossi è stato nella capitale iraniano recentemente, Teheran è ormai vicina al livello di arricchimento di grado militare — anche se per un’arma servirebbero ancora anni.

Secondo altre nuove informazioni del New York Times invece, funzionari dell’intelligence israeliana e americana hanno monitorato l’Iran mentre scavava una vasta rete di tunnel appena a sud del sito di produzione nucleare di Natanz, in quello che ritengono sia il più grande sforzo di Teheran per costruire nuove strutture nucleari profonde nelle montagne dell’Isfahan – interrate al punto da poter resistere a bombe che distruggono i bunker e a cyberattacchi.

L’uscita sui media di certe cose potrebbe servire a mandare un messaggio. Washington dice a Teheran di essere già presente nei piani di attacco incrociato con cui l’Iran colpisce gli attori proxy iraniani. E dunque lascia intendere che esiste anche un’opzione non negoziale sul nucleare. Qualcosa di simile era successa qualche settimana fa, quando era circolata l’informazione secondo cui le aereo-cisterne del Pentagono partecipavano a un’esercitazione israeliana con cui si simulava un attacco in Iran.

In questo piano B, di cui si discute da tempo, potrebbe rientrarci anche la decisone di sanzionare entità iraniane, emiratine e cinesi appartenenti a un triangolo che si occupava dell’esportazione di prodotti petroliferi di Teheran — un business messo sotto torchio dal Tesoro americano con il ritorno in essere delle sanzioni, dopo l’uscita dal Jcpoa.

“Gli Stati Uniti stanno perseguendo la strada della diplomazia significativa per ottenere un ritorno reciproco al rispetto del Piano d’azione congiunto globale (il Jcpoa, ndr)”, ha dichiarato in un comunicato il sottosegretario al Tesoro per il terrorismo e l’intelligence finanziaria Brian Nelson. “In assenza di un accordo, continueremo a utilizzare le nostre autorità sanzionatorie per limitare le esportazioni di petrolio, prodotti petroliferi e petrolchimici dall’Iran”, ha spiegato.

È evidente che questa ultima stretta sanzionatoria americana non riguardi solo il dossier iraniano, ma serva a mandare un segnale anche su eventuali coordinamenti tra Cina ed Emirati Arabi. Washington vuole evitare che lo stato di stallo innescato dall’Iran si porti dietro scenari complessi in cui certi attori trovino soluzioni alternative che potrebbero diventare strategicamente molto complesse.

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