Il ceo Luigi Lovaglio alza il velo sulla strategia che punta a ridisegnare il perimetro della banca, in vista della ricapitalizzazione da 2,5 miliardi. Poi, sarà il momento di trovare uno sposo

Mps va alla svolta, presentando il primo piano industriale recante la firma di Luigi Lovaglio, il manager ex Creval succeduto a Guido Bastianini, dopo i dissensi dello scorso inverno con il Tesoro azionista (64%). Il titolo del piano, proteso ovviamente verso l’aumento di capitale da 2,5 miliardi che precede, o meglio dovrebbe, il disimpegno del Mef e la fusione di Siena con un altro istituto è certamente ammaliante: A clear and simple commercial bank.

Tutto ruota intorno al rafforzamento del proprio ruolo di banca commerciale con un posizionamento chiaro e semplice, attraverso la semplificazione del gruppo e una solida generazione di ricavi, con focus su risparmio gestito, bancassurance e credito al consumo. “Metteremo la banca nelle condizioni migliori per esprimere quel valore che è rimasto per troppo tempo silente a causa delle legacy del passato. Di riflesso, potremo diventare più attraenti per gli investitori”, ha spiegato il ceo Lovaglio, fornendo il senso stesso del piano.

Una delle voci più importanti riguardano le risorse umane, con la trasformazione del modello di business che comporta un piano di uscite volontarie mediante il Fondo di Solidarietà che interesserà circa 4 mila risorse, con un risparmio dei costi pari a 270 milioni su base annua a partire dal 2023, a fronte di costi di ristrutturazione pari a circa 0,8 miliardi. La rete distributiva vedrà invece la riduzione di 150 filiali (di cui 100 entro il 2024), che porterà il numero totale a circa 1.218. Ed è prevista la semplificazione della struttura della banca, attraverso le fusioni per incorporazione in Mps di società controllate (Mps Capital Services, Mps Leasing & Factoring e Mps Consorzio Operativo).

Ovviamente, il cuore del piano è il completamento dell’aumento di capitale di 2,5 miliardi, garantito dalle banche, da sottoporre all’approvazione di un’assemblea straordinaria degli azionisti prevista entro la fine di settembre. Il Mef, socio di riferimento, si è detto disponibile a supportare “le iniziative sul capitale per la quota di propria competenza a condizioni di mercato”.

Ed ecco i target. Il nuovo piano prevede un ritorno al dividendo a partire dal risultato del 2025, sulla base di un pay-out ratio del 30%. La banca stima un utile ante imposte pari a 705 milioni nel 2024 e 909 milioni nel 2026, un cost/income ratio al 60% nel 2024 e al 57% nel 2026 (71% nel 2021), e un Cet1 ratio del 14,2% nel 2024 e del 15,4% nel 2026. Rocca Salimbeni stima inoltre nell’arco di piano una riduzione dello stock di crediti deteriorati di 1,3 miliardi, di cui 0,8 miliardi di cessioni attualmente in corso e il cui completamento è previsto nel secondo semestre.

“Abbiamo deciso di presentare il nuovo piano qui a Palazzo Salimbeni, nostra sede storica, perché partendo dalle radici profonde della banca possiamo iniziare una nuova era facendo leva sulla fiducia dei nostri clienti”, ha sottolineato lo stesso Lovaglio. “Vogliamo diventare una banca commerciale chiara e semplice. Mps ha un potenziale incredibile, siamo la quinta banca in Italia per totale asset clienti, abbiamo una rete commerciale molto forte e molto radicata nel territorio”.

Cauti, come sempre, i sindacati. Secondo Lando Sileoni, segretario della Fabi “il nuovo piano industriale sarà affrontato e discusso, come sempre, dai vertici della banca con i coordinamenti sindacali Mps e soltanto in quella sede ci saranno i dovuti approfondimenti, documenti in mano, per verificare se esistono le condizioni di un accordo sindacale. Dal punto di vista politico, la vera sfida e il vero obiettivo, almeno da parte della Fabi, è quello di assicurare a Siena una longevità che vada ben oltre la scadenza del piano industriale. In sintesi, pensiamo che una volta raggiunti tutti gli obiettivi, concordati con le organizzazioni sindacali, Mps potrà non solo mantenere il proprio marchio, ma anche l’intera struttura presente nel territorio italiano, con un proprio consiglio d’amministrazione e una propria autonomia societaria”.

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