Sunak, ex cancelliere, e Truss, ministra degli Esteri, partono favoriti. Ecco chi sono gli otto candidati, quattro uomini e altrettante donne

I’m the one to beat”, dice il favorito. I suoi rivali lo prendono in parola, quel “beat” che dall’inglese all’italiano si può tradurre con battere, ma anche picchiare. E lo picchiano.

Come spesso accade, la vignetta di Peter Brookes del Times riassume meglio di molti lunghi articoli la situazione. In questo caso lo fa raccontando la corsa alla leadership del Partito conservatore e alla successione a Boris Johnson come leader tory e primo ministro britannico a settembre. Ci sono un frontrunner e un forte rischio di un’altra guerra fratricida.

Dopo che Sajid Javid, ex ministro della Salute, e il semi-sconosciuto Rehman Chishti, si sono ritirai dalla casa, ne rimangono otto, quattro uomini e altrettante donne. Perfetto equilibrio anche per quanto riguarda le minoranze etniche.

C’è un favorito: l’ex cancelliere Rishi Sunak, 42 anni, genitori indiani, che guida la classifica dei sostegni ricevuti nel partito e da membri del governo. Può rivendicare anni di contrasti con Johnson sulla gestione della spesa pubblica, che lui voleva può attenta ai conti, e di aver innescato con le sue dimissioni i fatti della scorsa settimana che si è chiusa con l’annuncio del passo indietro del leader e primo ministro. Ha aperto la sua campagna elettorale avvertendo che “non è credibile promettere molte più spese e tasse più basse”. Vuole essere il candidato realista. Ma deve convincere i suoi di essere in grado di unire il partito. Ha definito Johnson “notevole”, cercando di ribattere alle accuse di slealtà. Chissà se gli basterà il sostegno di Dominic Raab, vice primo ministro, e Steve Barclay, segretario alla Sanità ed ex capo dello staff di Johnson.

Il primo inseguitore è una donna: Liz Truss, 47 anni tra pochi giorni, segretaria degli Esteri, una vita politica iniziata nel Labour e finita tra i tory con un intermezzo anche tra i liberal-democratici. Nel 2010, dopo due elezioni perse, è entrata alla Camera dei Comuni, inserita nella cosiddetta “A List”, l’elenco dei fedelissimi dell’allora leader David Cameron. Se Sunak è prudente in economia, lei è pronta a sfidarlo promettendo che il taglio delle tasse sarà al centro del suo impegno come primo ministro. Al suo fianco ci sono Jacob Rees-Mogg, ministro per le opportunità della Brexit, e Nadine Dorries, segretaria alla Cultura, due fedelissimi di Johnson che hanno già attaccato pubblicamente Sunak.

Kemi Badenoch, 42 anni, genitori di origine nigeriana, ex ministra delle Pari opportunità, si è detta contraria una “guerra di offerte” sui tagli alle tasse, affermando che “non ha intenzione di promettere cose senza un piano per realizzarle”.

Tom Tugendhat, 49 anni tra poche settimane, riservista dell’Esercito impegnato in Iraq e in Afghanistan, dal 2017 è presidente dell’influenza commissione Esteri della Camera dei Comuni. È considerato un falco in politica estera, soprattutto per le posizioni su Cina e Russia. Si presenta come l’unico impegnato a portare avanti il programma di rilancio di Johnson con un “new deal” per il Regno Unito. Ha promesso di aumentare le spese per la difesa raggiungendo l’obiettivo ambizioso del 3% del prodotto interno lordo: qualsiasi improvvisa inversione di rotta sui fondi per la difesa minerebbe la nostra credibilità nella Nato, ha spiegato.

A favore dell’aumento della spesa militare è anche, come Truss, Nadhim Zahawi, 55 anni, nato a Baghdad, in Iraq, da genitori curdi iracheni, fondatore di YouGov. Era cancelliere da neanche un giorno, prendendo il posto di Sunak, quando la scorsa settimana si è unito agli “uomini in abiti grigio” che sono andati al numero 10 di Downing Street per avvertire Johnson che la sua corsa era finita. Ha dichiarato che “la spesa per la difesa deve aumentare”.

Anche Jeremy Hunt, 56 anni a novembre, presidente della commissione Salute e già segretario agli Esteri, ha detto di voler aumentare la spesa al 3% del prodotto interno lordo. Lo farebbe entro il 2028, aggiungendo 86 miliardi di sterline al bilancio nei prossimi cinque anni.

Penny Mordaunt, 49 anni, ministra del Commercio e già segretaria alla Difesa e allo Sviluppo internazionale con Theresa May primo ministro, vuole essere la “brexiteer convinta e One Nation Conservative”, cioè la rappresentante la più importante corrente dei tory moderati con un mix di patriottismo e liberalismo sociale, assieme al suo passato militare (è l’unica donna eletta ai Comuni a far parte della riserva della Royal Navy). Sembra la combinazione perfetta per il Partito conservatore. Ma c’è un problema: molti non hanno capito come intendere dare seguito alle promesse.

Infine c’è Suella Braverman, 42 anni, genitori di origini indiane, attualmente procuratore generale. È stata la prima a candidarsi. Convinta sostenitrice della Brexit, in passato si è dimessa dal governo May in protesta per la bozza di accordo sulla Brexit presentata dall’allora primo ministro. È la candidata dell’ala destra del Partito conservatore: sostiene la recente e controversa politica di invio dei rifugiati in Ruanda (come tutti e sette i suoi rivali) e ha assicurato sostegno legale all’iniziativa di Johnson sull’Irlanda che rischia di aprire un nuovo conflitto sull’Unione europea.

Oggi il primo round, che superano i candidati che ottengono il sostegno di almeno 30 deputati. Da domani inizierà la scrematura: un eliminato al giorno, quello con meno firme raccolte. L’obiettivo è arrivare alla prossima settimana con i due finalisti che si sfideranno per sei settimane in tutto il Paese per conquistare il favore degli iscritti. L’annuncio del nuovo leader tory e primo ministro britannico è previsto lunedì 5 settembre. Ma non si possono escludere sorprese: nel 2016, dopo il passo indietro di David Cameron alla luce della sconfitta della vittoria del Leave nel referendum sull’Unione europea, il processo durò meno di due settimane, con il ritiro di Andrea Leadsom che spianò la strada a May evitando il ricorso al voto postale degli iscritti e lasciando che fosse Johnson nel 2019 il primo leader scelto direttamente dalla base, e non dai deputati, dopo la riforma interna dell’inizio degli anni Duemila, a diventare primo ministro.

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