​Nei giorni in cui il colosso del mattone prova a evitare il baratro con un nuovo piano industriale, le azioni del principale conglomerato industriale privato cinese crollano del 35% a causa di un debito da 40 miliardi di dollari sfuggito di mano. Moody’s già vede il contagio. Intanto Shimao è ufficialmente in default​, non avendo ripagato un’obbligazione da un miliardo di dollari scaduta il 3 luglio 

Non è detto che sia peggio, ma certamente non è meglio. Mentre in queste settimane si decide il destino di Evergrande, il gigante cinese avvitatosi su 300 miliardi di debito, il Dragone si scopre ancora una volta fragile. Il nome è di quelli che fanno rumore, forse più della stessa Evergrande: Fosun, costituito nel 1992 come il più grande conglomerato privato della Cina continentale, con sede a Shanghai. Soprannominato la Hutchison Whampoa di Shanghai, opera nel settore assicurativo, degli investimenti, gestione degli asset e nel settore industriale. Al timone, Guo Guangchang, ex enfant prodige, che in molti hanno equiparato al finanziere americano Warren Buffett.

Fosun, che tra altre cose è proprietario dei Club Med sparsi per il mondo, ha improvvisamente visto le sue azioni svalutarsi del 35%, a causa di un’esposizione da 40 miliardi di dollari sfuggita di mano. Il canovaccio è sempre quello, stile Evergrande, Shimao e molti altri. Anni di business costruiti a debito e bilanci pompati da prestiti bancari, improvvisamente implosi. E si sa, quando gli investitori fiutano l’insolvenza, abbandonano la nave, facendo crollare il valore delle azioni.

La situazione sembra essere grave, al punto che, come rivelato dal Financial Times, Moody’s già vede il “rischio di contagio” diffondersi in tutto il mondo, aggiungendo che Guo ha intensificato gli sforzi per aumentare la liquidità attraverso un’ondata di disinvestimenti che finora quest’anno hanno superato i 2 miliardi di dollari.

Un decennio fa, Fosun, insieme ai conglomerati Hna, Dalian Wanda, Cefc e Anbang (gigante assicurativo di cui Formiche.net si è occupato spesso), è stata artefice di un’esplosione degli investimenti cinesi offshore, stroncata in questi mesi solo in parte dal presidente Xi Jinping, che ha messo fine alla corsa alle acquisizioni a base di debito. Troppo tardi, visto che quel contagio paventato dall’agenzia di rating è già in atto, pronto a travolgere decine di società in Cina, Europa e Stati Uniti, oltre a centinaia di filiali più piccole.

Tutta colpa, pare, non solo dell’aumento dei tassi di interesse deciso dalla Pboc, che ha alzato il costo del denaro, ma anche di quei “rischi politici inconoscibili”, ha dichiarato Victor Shih, professore di economia politica cinese presso l’Università della California. Alias, quel rischio di essere colpiti dalle sanzioni occidentali rivolte alla Russia ma che hanno effetti indiretti anche su chi lavora e commercia con il regime di Mosca.

Ma per chi traballa c’è chi va ufficialmente a gambe all’aria. Shimao Group Holdings, uno dei giganti immobiliari la cui storia è molto simile a quella di Evergrande, ha dichiarato di non essere riuscita a ripagare un’obbligazione da 1 miliardo di dollari scaduta domenica 3 luglio, con la sua divisione Services che ha perso il 7,1% nella seduta odierna di Hong Kong. La società, che conta una capitalizzazione di borsa di circa 2,7 miliardi di dollari, è tra i principali operatori del real estate e il 14esimo gruppo immobiliare del Paese. Nel documento depositato alla Borsa di Hong Kong, si legge che la società non ha effettuato pagamenti principali relativi “ad altri debiti offshore” di essere “in discussione con i creditori per raggiungere risoluzioni amichevoli”, tra cui il concordato.

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