La Nasa si appresta a lanciare il nuovo gigantesco razzo SLS che spedirà intorno alla Luna una capsula senza equipaggio. Si tratta del primo test per un vero allunaggio che secondo i piani avverrà nel 2025. Il lancio di SLS ha scatenato in tutto il mondo nuovo entusiasmo per quello che appare come un “Ritorno al Futuro” sulla Luna. Ma è davvero così? L’opinione dell’ingegnere esperto aerospaziale

Il 14 dicembre 1972, Harrison H. Schmitt era in missione sulla superficie lunare insieme a Eugene Cernan, comandante dell’Apollo 17. Il loro soggiorno di tre giorni sulla Luna stava volgendo al termine e poco dopo entrambi diedero un’ultima occhiata alla vallata Taurus Littrow, salirono la scaletta del Lem – il Lunar exploration module – e ripartirono per casa, il pianeta Terra. Furono gli ultimi astronauti a farlo.

Pochi giorni fa sulla rivista Aviation Week & Space Technology, Schmitt ha rilasciato le seguenti dichiarazioni. “Il programma Artemis per il ritorno sulla Luna, come il suo predecessore Apollo, ha un contesto geopolitico che va ben oltre i suoi obiettivi tecnici. La Cina e la Russia hanno creato una grave minaccia per le società libere sulla Terra, paragonabile e potenzialmente maggiore di quella rappresentata dall’Unione Sovietica durante il periodo della Guerra Fredda, dal 1945 al 1991. Il lancio di Artemis I sullo Space Launch System (SLS) dà il via alla risposta americana e del mondo libero alle ampie sfide nello Spazio poste dagli aggressivi obiettivi egemonici di Cina e Russia”.

E così sono proprio le parole di un astronauta delle mitiche missioni Apollo a chiarire il contesto geopolitico in cui la Nasa si appresta a lanciare il suo nuovo razzo SLS.

In tutto il mondo, e anche nel nostro Paese, si è riacceso l’entusiasmo per le missioni lunari della Nasa, e si prevede che circa 100.000 persone affolleranno la Florida Space Coast per vedere quello che parrebbe essere l’inizio di un nuovo storico capitolo dell’esplorazione spaziale umana.

“A fronte di tutta questa nostra eccitazione, voglio ricordare alla gente che questo è un volo di prova”, ha detto l’amministratore della Nasa Bill Nelson in un’intervista. “Sottolineo questa cosa in un modo che non farei mai se vi fossero esseri umani a bordo. E quindi voglio solo riportare tutti alla realtà”.

La realtà è infatti abbastanza diversa dalla narrazione entusiasta del ritorno sulla Luna dopo oltre mezzo secolo. E infatti nella stampa americana e internazionale la lettura di questo evento va oltre la spinta emozionale. Il Financial Times ha scritto un articolo dal titolo impietoso “Lo Space Launch System è il razzo di ieri, alimentato dalla tecnologia di ieri e progettato dal pensiero di ieri”, mentre The Economist titolava “SLS, il tacchino volante”.

Qual è la realtà?

A parte la capsula Orion realizzata dalla Boeing, la maggior parte dei sistemi del razzo SLS sono dei componenti riutilizzati o riproposti da quelli impiegati sullo Space Shuttle, la navetta che ha volato dal 1982 al 2011. Il caratteristico corpo cilindrico centrale arancione dello SLS, ad esempio, è una versione allungata del serbatoio esterno del carburante dello Shuttle. Attaccati al suo fondo sono montati quattro motori RS25, gli stessi che alimentavano la navetta spaziale. E infatti ognuno dei motori del razzo attualmente sulla rampa di lancio è già stato impiegato nello Spazio diverse volte. I razzi laterali sono due propulsori a propellente solido a 5 segmenti che sono direttamente derivati ​​​​da quelli a 4 segmenti dello Shuttle.

Costruire un nuovo razzo basandosi su tecnologia obsoleta non era un’idea della Nasa, ma il razzo SLS fu imposto all’ente spaziale dal Congresso alla chiusura del programma Shuttle per proteggere migliaia di posti di lavoro nel settore manifatturiero, e in particolare in Alabama dove c’è il centro Nasa di Huntsville presso cui si realizzava gran parte dello Shuttle. In cambio, Obama – che aveva cancellato il progetto Constellation come suggerito dalla Commissione Augustine – ottenne per l’ente spaziale i fondi per il Commercial Crew Program, proseguito poi dall’amministrazione Trump, per consentire le fruttuose partnership con gli imprenditori privati.

A Washington il razzo SLS era stato soprannominato “Senate Launch System”, tanto era evidente la lobby dei politici provenienti dallo stato dell’Alabama.

Nonostante fosse realizzato con tecnologie al limite del riciclato, il programma ha avuto ritardi ed extra-costi. Il lancio inaugurale era previsto nel 2016 invece ci sono voluti 11 anni per arrivare alla rampa di lancio, e secondo il GAO (la Corte dei Conti USA) arriverà a costare ai contribuenti 29,5 miliardi di dollari.

La Nasa dichiara che il razzo è il fulcro del programma Artemis che, al costo di quasi 100 miliardi di dollari, riporterà gli astronauti sulla luna entro il 2025 per poi, a lungo termine, raggiungere Marte.

Però, le incognite sul suo futuro non mancano.

Mancando per esempio la tecnologia del riutilizzo che riduce i costi di lancio, i futuri SLS impiegheranno rispetto ai rivali commerciali sempre più tempo per essere realizzati e costeranno sempre di più.

SLS può definirsi un “Back to the Past” più che un “Back to the Future”, ma ciò non significa che sia stato un errore, e la spiegazione potrebbe essere di natura geopolitica e non solo sociale per salvaguardare posti di lavoro. Preoccupati di non perdere terreno a favore di Cina e Russia, il Congresso, le amministrazioni della Casa Bianca e forse anche il Pentagono, hanno spinto la Nasa a costruire comunque un sistema di lancio “pesante” e solo in seguito ne hanno trovato un utilizzo integrandolo nel programma Artemis.

Negli ultimi due decenni la Nasa ha infatti agito come incubatore per l’industria del “New Space” capitanata dalla SpaceX che con i suoi economici e riutilizzabili razzi Falcon trasporta regolarmente merci e astronauti verso la ISS e ha stravolto il mercato commerciale dei lanci spaziali.

Ora l’azienda di Elon Musk sta per lanciare Starship, un’astronave-razzo che supera persino il Saturn V in dimensioni e potenza. È progettata per inseguire i sogni visionari di Musk di creare una colonia su Marte ma sarebbe ben in grado di trasportare gli astronauti sulla Luna a costi di gran lunga inferiori a SLS.

È quindi probabile che nel lungo termine la Nasa potrà ricorrere ad alternative commerciali più economiche ma finché queste non si saranno affermate e stabilizzate gli Stati Uniti potranno contare su un lanciatore pesante per contrarre le iniziative cinesi nell’orbita cislunare.

In attesa dei voli dei futuri razzi dei privati – la citata Starship ma anche la New Glenn di Blue Origin e il Vulcan Centaur sviluppato da United Launch Alliance, joint venture tra Boeing e Lockheed Martin – che impiegheranno nuove tecnologie e vari gradi di riutilizzabilità, SLS ha la sua ragion d’essere.

Al momento la Nasa ha programmato 6 lanci dello SLS con un volo ogni due anni al costo di 2,2 miliardi di dollari ciascuno, e la terza missione dovrebbe riportare gli astronauti sulla superfice lunare, dopodiché non è chiaro se volerà di nuovo.

Il lancio di SLS sarò comunque uno spettacolo mozzafiato sulla skyline della Space Coast ed è già un successo l’aver generato un rinnovato entusiasmo per il programma spaziale americano.

Il motto della Nasa per la missione di SLS è “We are going“. Ma a poche centinaia di km di distanza sulla costa del Golfo del Texas, c’è un altro razzo su una rampa di lancio, lo Starship della SpaceX, e probabilmente il suo motto è “We are going too”.

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