Nonostante l’invito del partito ad aumentare i flussi di credito ai colossi dell’immobiliare in agonia, molti istituti non se la sentono di incrementare la propria esposizione verso imprese tecnicamente insolventi. Per farlo chiedono una polizza su eventuali buchi nel bilancio

Un ammutinamento in piena regola. A Pechino forse non erano pronti per una simile rivolta, proprio nel bel mezzo di una crisi finanziaria conclamata ma dai contorni e dal perimetro ancora tutto da definire. Vada per i risparmiatori imbufaliti dopo che le piccole banche di territorio, a corto di liquidità dopo anni di prestiti generosi al mattone, hanno deciso di congelare i depositi con il solo scopo di sopravvivere. E passi chi, per protesta, ha deciso di smettere di pagare il mutuo (il governo cinese ha già stanziato i primi indennizzi).

Ma se sono le banche a ribellarsi ai voleri del partito, allora la musica cambia. Per capire bisogna riavvolgere il nastro. Pechino sa fin troppo bene che l’intero comparto immobiliare, che vale il 25% del Pil del Dragone, è imploso negli ultimi due anni. Dando vita a una crisi che potrebbe presto propagarsi al resto della finanza cinese. Per evitare che la crisi diventi sistemica (in parte già lo è), il governo di Xi Jinping ha invitato gli istituti della Repubblica popolare ad aumentare il flusso di credito verso le società del mattone, in agonia da mesi e tecnicamente insolventi.

Il che, nella pratica, vuol dire aumentare l’esposizione delle banche verso quei colossi che ad oggi non riescono a rimborsare nemmeno le cedole legate ai bond emessi anni addietro. Per questo non pochi istituti hanno deciso, non certo senza coraggio vista la prevedibile reazione del governo, di rispondere picche. Motivo? Le banche non se la sentono di prestare altro denaro a chi non si sa se lo restituirà. Per farlo, dicono le indiscrezioni, gli istituti vogliono una sorta di garanzia da parte di Pechino, che copra eventuali buchi in caso di mancato rimborso del prestito. La cosa ancora più interessante è che molte di queste banche vantano nel proprio capitale anche la partecipazione dello stesso Stato. Contro il quale ora obiettano.

Ad oggi “numerose istituzioni finanziarie stanno respingendo gli appelli di Pechino a sostenere il settore immobiliare sull’onda della preoccupazione che rimarranno con grandi debiti nei loro bilanci”, spiegano fonti ben informate. Gli amministratori “sono cauti nel trattare con imprese cariche di debiti”. E questo nonostante la People’s Bank of China (Pboc), una delle quattro grandi banche statali abbia spinto gli istituti vigilati a sostenere le aziende del mattone.

Le quali, come raccontato ieri da Formiche.net, si stanno lentamente dissanguando, per colpa del costante calo del valore delle proprie azioni. Al punto da aver lasciato sul terreno, nella prima metà del 2022, 55 miliardi di dollari a fronte di una perdita di patrimonio, sempre per il solo comparto del mattone, di 35 miliardi di dollari. Il calo delle azioni registrato nel primo semestre, che in termini percentuali vale il 27%, va poi sommato a quello del 2021, quando il crollo dei valori di libro fu addirittura del 34%. In altre parole, nel giro di due anni, le azioni del mattone cinese hanno perso oltre il 60% del proprio prezzo originario.

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