In Kenya si vota il nuovo presidente, ma entrambi i contendenti hanno a che fare con la Cina. C’è la necessità di rinegoziare i finanziamenti, ma anche di sganciarsi seguendo un sentimento popolare che vede Pechino troppo presente nel Paese africano

Lo scontro presidenziale keniota tra il vicepresidente William Ruto e la storica star delle opposizioni Rail Odinga arriva fino in Cina e racconta di come Pechino sia ormai pervasivo in Africa al punto di essere argomento (di rilievo) della competizione elettorale per la guida di un Paese di 54 milioni di persone che “continua a registrare una crescita economica costante, con un’espansione media del Pil reale di circa il 5,6% negli ultimi cinque anni” (come scrive il report della World Bank) – ma che vede cresce anche l’inflazione, che a luglio ha raggiunto il massimo da cinque anni a questa parte (8,3%).

Il prossimo presidente del Kenya che uscirà domani, mercoledì 10 agosto, dalle urne, dovrà gestire l’impennata dei prezzi dei generi alimentari, l’aumento del debito, l’instabilità regionale e (forse soprattutto) le relazioni con la Cina. Questo rende le elezioni keniote uno dei più importanti, se non il principale appuntamento elettorale africano di quest’anno. Pechino potrebbe già aver avuto un peso nella scossa più sostanziosa della politica keniota degli ultimi cinque anni: l’accordo tra Odinga e il presidente uscente Uhuru Kenyatta. L’ex nemico del (da dieci anni) presidente è diventato suo alleato, mentre il suo vice di lunga data, Ruto, è diventato la sua nemesi politica.

Kenyatta ha contratto un pesante prestito dalla Cina per finanziare progetti infrastrutturali e Odinga – che come primo ministro, ha negoziato accordi con la Cina, tra cui una ferrovia da 3,8 miliardi di dollari che collega il porto di Mombasa a Nairobi, criticata per la presunta opacità dei termini finanziari – vuole rivedere parte di quel debito, allungarlo, cambiare le condizioni. Ruto, che ha detto di non voler rinegoziare i prestiti, ha invece preso delle posizioni dure contro la Cina – dice che renderà pubblici i contratti, e soprattuto vuole combattere il lavoro nero cinese piuttosto diffuso. Linea che non lo sta rendendo simpatico a Pechino. Ma cavalca un sentimento interno al suo Paese.

Secondo un sondaggio Afrobarometer condotto lo scorso anno, l’87% dei kenioti ritiene che il governo abbia preso troppi prestiti dalla Cina e debba velocemente sganciarsi da questa dipendenza. Ma è complicato. Il Kenya, il cui bilancio 2022/23 di 27,86 miliardi di dollari ha un deficit al 6,2% del prodotto interno lordo, deve alla Cina circa 8 miliardi di dollari. Il debito pubblico esterno del Kenya ha raggiunto i 36,7 miliardi di dollari, pari al 34,4% del PIL, alla fine dello scorso anno, ponendo il Paese ad “alto rischio di sofferenza”, secondo il Fondo monetario internazionale.

La Cina, che ha mosso finanziamenti in progetti infrastrutturali in Kenya, è tra i primi sponsor del Paese, ma è in coda ai creditori multilaterali. A Nairobi come altrove: Pechino si è impegnata in un ventennio di prestiti che l’hanno resa la più grande fonte di finanziamenti per lo sviluppo dell’Africa.

Sulla competizione elettorale keniota c’è anche un contorno di scontro generazionale: Odinga ha 77 anni e l’allineamento con Kenyatta – iniziato nel 2018 e terminato con l’endorsement recente – segna un serrare i ranghi dell’establishment politico storico. La campagna di Ruto, 55enne, è invece incentrata sulle sue umili origini di “imbroglione” che vendeva polli per strada per sopravvivere, dell’uomo fatto da sé e della speranza per le future generazioni: populista carismatico, inveisce contro quell’establishment e promette di elevare le condizioni dei poveri.

Le posizioni sulla Cina, leggendo i dati di Afrobarometer, più che sostanza potrebbero essere conseguenza. Ruto è consapevole che rompere le relazioni con Pechino è quasi impossibile. Tuttavia potrebbe anche segnalare un cambiamento di visione all’interno delle fasce più giovani rispetto alle attività cinesi. Sono sempre più le critiche per le attività predatorie del Partito/Stato, come i prestiti trappola – quelli che per esempio hanno recentemente portato l’aeroporto di Entebbe, in Uganda, nelle mani della Exim Bank perché lo stato africano non era più in grado di restituire il prestito che l’istituto cinese aveva anticipato per l’infrastruttura.

Anche per questo la Cina ha rivisto in parte il proprio impegno, iniziato a scendere di quantità da qualche anno (il picco è stato raggiunto nel 2016). Se dal punto di vista politico vuole evitare di essere iscritto nella casella del “colonialismo”, critica spesso usata contro l’Occidente, da quello più pratico Pechino inizia a percepire i rischi dei mancati rimborsi (sebbene le banche cinesi sommino circa un quinto dei prestiti del continente). Il Kenya resta comunque – con Angola, Gibuti, Etiopia e Zambia – uno dei luoghi di maggiore interesse cinese.

A luglio, Kenyatta ha inaugurato il primo progetto stradale del Paese in partenariato pubblico-privato, un’autostrada da 588 milioni di dollari a Nairobi con caselli simili a pagode, progettata, finanziata e costruita con fondi cinesi. L’ambasciatore cinese in Kenya ha dichiarato durante l’inaugurazione che il “rapporto fraterno” tra Pechino e Nairobi ha raggiunto “una nuova altezza senza precedenti nella storia”. L’elezione del nuovo presidente keniota ha un valore anche per Pechino.

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