Continua l’agonia del mercato immobiliare cinese, sempre più insolvente verso banche e investitori. Nei primi sei mesi dell’anno le azioni dei colossi del Dragone hanno perso 55 miliardi di dollari in termini di valore. E se si somma il crollo del 2021, i titoli del mattone valgono oggi oltre il 60% in meno di due anni fa

La Cina, seconda economia mondiale, sta assistendo allo sgretolamento del proprio mercato immobiliare, che per il Dragone vale il 25% del proprio Pil. Non è una novità, ma adesso ci sono i numeri a raccontare l’avvitamento di una crisi che ha trascinato, come raccontato da Formiche.net, anche il settore bancario, soprattutto periferico.

Le cifre sono quelle rivelate da Bloomberg e che parlano di un valore delle azioni legate ai colossi dell’immobiliare, a cominciare da Evergrande, letteralmente abbattuto. Al punto da aver lasciato sul terreno, nella prima metà del 2022, 55 miliardi di dollari a fronte di una perdita di patrimonio, sempre per il solo comparto del mattone, di 35 miliardi di dollari. Il calo delle azioni registrato nel primo semestre, che in termini percentuali vale il 27%, va poi sommato a quello del 2021, quando il crollo dei valori di libro fu addirittura del 34%. In altre parole, nel giro di due anni, le azioni del mattone cinese hanno perso oltre il 60% del proprio prezzo originario.

Una simile situazione mette in seria difficoltà un pezzo della ricchezza del Dragone, dal momento che oltre ai debiti le società immobiliari devono fronteggiare il depauperamento delle proprie azioni e dunque dei patrimoni. Il che le rende nei fatti insolventi verso il mercato e verso le banche che hanno finanziato i progetti edilizi. A loro volta gli istituti, rimasti a secco dopo i mancati rimborsi dei prestiti, hanno trattenuto la liquidità dei correntisti, scatenando la rabbia dei cittadini e il panico a Pechino.

Non si spiegherebbe, altrimenti, la preoccupazione del governo cinese, che punta a impedire che una crisi di liquidità probabilmente ancora gestibile, si trasformi in un mostro a tre teste, aumentando il malcontento popolare. Di qui, due interventi che fanno il paio con l’indagine avviata dallo stesso governo cinese, due settimane fa, per far luce sullo shadow banking e sul complesso mondo dei trust, anch’esso gran finanziatore del mattone cinese.

Primo, la vigilanza bancaria, dunque la Pboc, ha deciso di passare al setaccio i portafogli di prestiti immobiliari delle principali banche locali, proprio quelle finite nel mirino dei risparmiatori, per valutare la sussistenza di rischi sistemici. In altre parole, Pechino vuole capire se la crisi di liquidità degli istituti minori può diventare qualcosa di più grande e arrivare al cuore del sistema del credito dell’ex Celeste Impero. Ma non è finita qui. Fitch ha appena certificato l’accelerazione delle banche cinesi verso lo smaltimento dei crediti incagliati, ovvero quei prestiti che è difficile recuperare. Bilanci più puliti, d’altronde, sono una delle prime mosse per tagliare la strada all’incendio e rendere meno fertile il terreno al propagarsi di una crisi di debito.

Tutto questo mentre, fuori dalle stanze degli istituti, il governo cerca di disinnescare l’altra bomba, quella sociale. Approvando nuovi rimborsi per i clienti delle ormai note banche rurali cinesi che avevano arbitrariamente congelato i depositi dei risparmiatori. L’Ufficio per la Regolamentazione del settore bancario e assicurativo dello Henan, nella Cina centro-orientale, ha infatti dato il via libera alle operazioni di rimborso per i clienti con depositi compresi tra i 350mila e i 400mila yuan (tra i 51mila e i 58mila euro) a partire dal 22 agosto.

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