I servizi segreti russi hanno incolpato in tempi record una presunta assassina ucraina per la bomba che ha ucciso la figlia dell’ideologo di Putin. Ma i dettagli sollevano più domande che risposte – e le prove sono perlomeno dubbie, o proprio truccate

Tra sabato e domenica si è sparsa la notizia dell’omicidio di Darya Dugina, vittima di un’autobomba poco fuori Mosca. Si trattava della figlia ventinovenne del noto ideologo nazionalista e ispiratore del Cremlino, Alexander Dugin, probabile obiettivo dell’attentato. Il giorno successivo, l’agenzia di intelligence federale russa (Fsb) ha dichiarato di aver risolto il caso e accusato i servizi segreti ucraini: la Tass ha provveduto a rendere nota la versione ufficiale e fornito prove a supporto. In maniera quantomeno dubbia.

Questa la versione degli 007 russi: Dugina sarebbe stata uccisa da Natalia Vovk, donna di origine ucraina collegata all’ormai famigerato battaglione Azov. La presunta assassina sarebbe entrata in Russia il 23 luglio, accompagnata dalla figlia dodicenne, e avrebbe pedinato il suo obiettivo nelle ultime settimane, affittando un appartamento nello stesso complesso in cui risiedeva e seguendola a bordo di una Mini Cooper, avendo cura di sostituire più volte la targa. Una volta compiuto l’attentato (utilizzando un ordigno esplosivo professionale e avvalendosi dell’aiuto della figlia), la donna sarebbe fuggita in Estonia.

Tutto ciò sarebbe avvenuto all’oscuro dell’Fsb, che avrebbe individuato Vovk solo quando lei ha lasciato il Paese, presumibilmente nascondendosi tra il flusso di esuli ucraini in cerca di asilo. Una versione che, se veritiera, equivale a un’ammissione di incompetenza; se falsa, è una storia stranamente autoincriminante. E per un’agenzia che non è riuscita a risolvere diversi omicidi di alto profilo in Russia, specie tra i critici del presidente Vladimir Putin, la velocità dei risultati prodotti su questo caso è sospetta almeno quanto la sua mancanza di progressi altrove.

Come scrivevamo su queste colonne, è possibile che Mosca abbia diffuso queste informazioni sull’indagine anche per rassicurare sulle proprie capacità di controllo e trasmettere un senso di sicurezza. La versione dell’Fsb è corredata da due tipi di prove: la foto del documento d’identità di Natalia Vovk e una serie di video che ne mostra i movimenti. Peccato che quel documento sia stato contraffatto digitalmente, e neppure troppo bene, come ha dimostrato un’analisi indipendente condotta con un programma forense di base. I video non sono stati verificati indipendentemente, ma non sarebbe la prima volta che l’Fsb falsifica delle prove.

Inoltre ci sono altre incongruenze che minano la credibilità della versione dei servizi russi. Come Denis Pushilin, il capo della “Repubblica Popolare di Donetsk” sostenuta dalla Russia, che domenica ha accusato i “terroristi del regime ucraino che hanno cercato di uccidere Alexander Dugin”. E la gran parte dei media russi, secondo cui l’ideologo ha deciso all’ultimo momento di cambiare auto. Versioni che fanno a pugni con quella successiva dell’Fsb, per cui Dugina era “l’unico obiettivo” dell’attentato.

Quello che è certo è che la macchina propagandistica russa si sta già muovendo sui binari tracciati dall’Fsb. Non si contano i propagandisti del Cremlino che in queste ore spingono per aumentare la pressione sull’Ucraina, che da parte sua ha negato ogni responsabilità. Anche lo stesso Dugin, nemmeno due giorni dopo la morte della figlia, non ha perso l’occasione per criticare “i nemici della Russia” e trasformare l’accaduto in uno spunto per i soldati invasori. “I nostri cuori non desiderano solo vendetta o punizione. Questo è troppo basso, non è la via russa. Abbiamo bisogno solo della nostra Vittoria… Quindi, per favore, vincete!”

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