L’uccisione del leader di al Qaeda dimostra le capacità operative statunitensi, uno dei pilastri della postura strategica di Washington. Il raid diventa un messaggio di politica internazionale per alleati e partner sulla forza globale che gli Stati Uniti riescono ancora a esprimere in modo ineguagliabile

L’eliminazione del leader massimo qaedista, Ayman al Zawhairi, non è soltanto un colpo tattico eccezionale contro il terrorismo globale, ma ha un profondo valore strategico. Se sul piano della lotta al terrore uccidere un comandante/predicatore/guida di così alto valore storico significa mettere in difficolta l’organizzazione, al Qaeda; su quello della politica internazionale il raid rappresenta una capacità operativa attualmente ineguagliabile di Washington, che manda un messaggio chiaro ad alleati e rivali sull’ampiezza strategica statunitense.

Al Zawahiri, medico egiziano diventato leader di al Qaeda dopo l’uccisione di Osama bin Laden, nel 2011, è stato (dopo bin Laden appunto) la figura storicamente più rilevante dell’organizzazione. Un drone della Cia lo ha eliminato lo scorso fine settimanea, con un raid di precisione avvenuto a Kabul, in Afghanistan. L’informazione della morte è stata passata prima ai giornalisti statunitensi, e poi – una volta diffusa da tutti i principali media – confermata dal presidente Joe Biden con un discorso pubblico.

Il fatto che sia stato ucciso a Kabul ha due aspetti importanti. Il primo riguarda l’Afghanistan: i Talebani, che proprio dallo scorso agosto hanno ottenuto di nuovo il controllo del Paese, continuano a offrire ospitalità ad al Qaeda. Tant’è che Zawahiri pare sia stato ucciso nella casa di un importante leader talebano, Sirajuddin Haqqani (due dei suoi figli potrebbero essere rimasti uccisi nel raid). L’edificio si trova in un quartiere residenziale di Kabul frequentato anche da funzionari del governo.

Questo significa che i Talebani non stavano rispettando l’accordo stretto con gli Stati Uniti attraverso il quale hanno ottenuto il controllo del Paese. Gli americani – dopo mesi e mesi di mediazione, e dopo anni di ragionamento su un’exit strategy con cui chiudere 20 anni di impegno in Afghanistan, la più lunga guerra della storia statunitense – avevano raggiunto un’intesa sulla base di un principio pragmatico. I Talebani avrebbero ottenuto di fatto l’opportunità di prendere il potere (perché l’uscita degli Usa, e dunque della Nato, lasciava le forze di difesa e sicurezza afghane sole, non in grado di difendersi dall’avanzata degli ex ribelli), ma in cambio facevano un giuramento: il gruppo di potere che fu fondato dal Mullah Omar non si sarebbe più alleato con al Qaeda, come successe tra il 2000 e il 2001, quando l’allora regime talebano fornì protezione ai qaedisti prima e dopo l’attacco del 9/11.

Questa clausola potrebbe essere stata violata, sebbene era abbastanza impossibile immaginare che i Talebani rompessero le loro relazioni con al Qaeda. Tanto più in questo momento, in cui il regime dell’Emirato islamico talebano dell’Afghanistan è messo in discussione dal punto di vista securitario (e della narrazione, dunque della tenuta stessa= dalla presenza attivissima dello Stato islamico all’interno del Paese. Al Qaeda, che ha un rapporto di profonda inimicizia ideologica con l’organizzazione ideata da Abu Bakr al Baghadidi, può essere un buon alleato interno per la guerra di sicurezza che i Talebani devo fare quotidianamente contro i basghdadisti. Sotto questo punto di vista si può immaginare che non troppo cambierà con la morte di Zawahiri.

Tuttavia, gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere consapevoli di quello che accade in Afghanistan, al corrente di come i Talebani abbiano violato l’accordo. Sta qui il secondo aspetto legato al raid afghano contro al Zawahiri. Washington non solo manifesta capacità di controllo sui dossier in cui è impegnata (tutti), indipendentemente dal livello di complessità (ipotesi: e se i Talebani avessero fornito informazioni agli americani in cambio di qualcosa? Suggestivo, non impossibile però). Ma anche un livello di efficacia senza pari.

Quando l’amministrazione Biden ha completato il processo innescato dalle due precedenti e ritirato l’ultimo soldato dall’Afghanistan, il timore tra diversi partner internazionali riguardava il sostanziale disimpegno americano da diverse dinamiche della politica internazionale – e in molti leggevano questo come la fine del dominio (imperiale globale) statunitense. L’eliminazione di Zawahiri mette in chiaro che nonostante questo disimpegno, la Cia e il Pentagono, dunque gli Stati Uniti, restano comunque in grado di compiere operazioni uniche, senza eguali.

È un messaggio ai partner mediorientali, per esempio, che soffrono il ritiro americani dalla regione. L’uccisione del numero uno di al Qaeda dice che quel ritiro c’è, ma questo non significa che Washington sia meno attento e pronti all’azione. Anzi: l’affidabilità dell’alleanza è ancora garantita da un’efficacia impareggiabile. A distanza di un poche settimane dalla visita mediorientale del presidente Biden, e a pochi giorni dall”anniversario dal ritiro afghano, il raid diventa dunque una conferma alle parole con cui l’amministrazione ha cercato di rassicurare i propri interlocutori sulla fermezza della propria presenza nella regione.

È questa l’importanza strategica di quanto avvenuto a Kabul, perché il tema è (come sempre in questa fase) anche il confronto tra potenze. Washington sa bene, ma intende riconfermarlo pubblicamente, che nessuna delle alternative possibili – non la Russia o la Cina, a nemmeno l’Unione europea o l’India e varie altre organizzazioni di sicurezza strategiche – sono in grado di compiere certe operazioni, così complesse e così efficaci.

E inoltre, nessun altro sembra aver intenzione di sostituirsi in questo ruolo agli Stati Uniti. Con ogni probabilità perché non ne ha capacità. Ma è questa capacità di condurre operazioni “over-the-horizon“, come vengono definite dalla politica militare statunitense, che rende gli Usa unici. Uno dei pilastri della strategia con cui Washington si pone al mondo. Per certi versi, il raid di Kabul è molto simile al blitz diplomatico con cui l’ambasciatore Jeffrey Hoviener ha convinto nei giorni scorsi il governo kosovaro a rivedere alcune delle proprie decisioni disinnescando l’inizio di una potenziale crisi con la Serbia. È questo genere di capacità (e di potere) che i rivali strategici statunitensi cercano costantemente di combattere, penetrandone falle, faglie e debolezze.

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