L’economista, già parlamentare dem, a Formiche.net: l’imposta sui guadagni realizzati con l’aumento del gas poggia su basi sbagliate, un suo remake andrebbe incontro al fallimento certo. Draghi ha ragione, il deficit non va toccato, meglio agire sulla spesa per trovare le risorse con cui raffreddare le bollette. Il tetto al prezzo del gas? Ci può stare ma sarebbe meglio puntare sulla diversificazione delle fonti e neutralizzare Nimby e burocrazia

La invocano tutti, o quasi. Perché potrebbe essere una parte della soluzione alla crisi energetica che sta trascinando l’Italia nell’abisso, con decine di imprese che non sanno se domani, tra una settimana o un mese riusciranno ad avviare le macchine. La tassa sugli extra profitti è nella testa del governo di Mario Draghi il jolly per finanziare un nuovo intervento sulle bollette, dell’ordine di 15 miliardi. Non se ne parla, è il pensiero del premier, di fare altro deficit e mettere ancora sotto stress i conti. Eppure, c’è chi non è d’accordo, non certo uno sparuto manipolo.

E così, mentre l’Europa si compatta sul price cap al gas dopo il sì a mezza bocca della Germania, in Italia si lavora a un remake dell’imposta (10%) sui guadagni delle imprese energetiche che, grazie all’aumento del prezzo del gas, hanno marginato più del previsto. L’obiettivo è recuperare risorse per sostenere chi con l’aumento del prezzo di gas e luce ha perso soldi. Problema, nessuno, o quasi, sta pagando. In base ai calcoli della scorsa primavera, quest’ultima doveva liberare 10,5 miliardi e invece ne sono entrati poco più di un decimo. E questo perché la maggior parte delle aziende ha scommesso sull’incostituzionalità della misura. E pensare che ora l’esecutivo punta a incrementare l’aliquota al 25%. Nicola Rossi, economista dell’Istituto Bruno Leoni ed ex parlamentare dem, non ha dubbi: un nuovo affondo sugli operatori dell’energia non solo andrebbe incontro a limiti di principio ma non porterebbe il beneficio sperato.

UNA TASSA SBALLATA

“Mi sembra che l’esito dell’intervento precedente non sia stato tale da suscitare entusiasmi”, mette subito in chiaro Rossi. “E, del resto, non c’è da stupirsi. I limiti non solo di principio ma anche strettamente tecnici della imposizione straordinaria sui cosiddetti extraprofitti erano tali da lasciare immaginare l’ondata di ricorsi che si è poi verificata. Un secondo intervento sulle stesse basi non potrebbe che incorrere negli stessi problemi. Con risultati largamente al di sotto delle aspettative”. Insomma, l’imposta non è secondo l’economista destinata al successo.

GUAI A TOCCARE IL DEFICIT

Però i soldi per finanziare le nuove misure servono e Draghi ha per il momento escluso di ricorrere al disavanzo. E allora? “Evitare un nuovo scostamento di bilancio mi sembra una elementare forma di prudenza nella attuale delicata situazione. Eviterei di aggiungere ulteriore debito al debito esistente, a mio modo di vedere incautamente accumulato anche attraverso il ricorso a fondi europei che poteva anche essere parziale”, spiega Rossi. “Penso che nelle pieghe del bilancio vi siano risorse utilizzabili a questi fini. Penso anche che si potrebbero rivedere anche radicalmente programmi di spesa attivati in contesti che oggi non sono più attuali, ivi inclusi alcuni trattamenti di favore sempre più privi di senso”.

TETTO AL GAS? NÌ

Lasciando il terreno fiscale, l’altro tema rovente è il tetto al prezzo del gas, su cui l’Ue si prepara a decidere, già nel mese di settembre. Sarà questa la misura in grado di fare la differenza, dentro e fuori l’Italia? “Bisogna intendersi su cosa significhi fare la differenza. Non credo che si possa dare a questa espressione un contenuto esclusivamente economico. Il tema energetico è, in questa fase, parte di una questione più ampia di carattere internazionale. E ogni intervento dovrà essere immaginato in modo da essere coerente con le scelte a suo tempo adottate in sede europea ed in sede Nato”.

Dunque? “Da questo punto di vista, quel che può fare una enorme differenza, ed in senso negativo, è proprio il trascurare questo aspetto. Ciò premesso, sotto il profilo strutturale e più schiettamente italiano, dovremmo cominciare con l’invertire la rotta rispetto al passato cosa che in parte e timidamente si sta facendo. E dunque diversificazione delle fonti, lotta senza quartiere alla letale combinazione fra sindrome Nimby e ignavia burocratica e, infine, concreta attività di ricerca e sperimentazione sul nucleare di ultima generazione”.

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