Nonostante il programma pandemico di acquisto titoli sia ormai esaurito e il cosiddetto Tpi sia ostaggio dei falchi tedeschi, la Bce è già andata in soccorso dell’Italia. Che però ha un altro grattacapo in vista: gli esborsi pubblici per salvare le partecipate in difficoltà, da Ita a Mps, messi in fila dall’Ibl

Non è la manina di Mario Draghi, padre spirituale di quel whatever it takes in perenne equilibrio tra mito e realtà. Ma di Christine Lagarde. La Banca centrale europea si sta rivelando un poco alla volta amica dell’Italia, più di quanto non si potesse pensare fino a qualche mese fa, quando Draghi era ben saldo alla scrivania di Palazzo Chigi e lo spread Btp/Bund viaggiava sotto i 200 punti base.

Lo dicono i numeri, messi ben in evidenza dal Wall Street Journal, secondo i quali l’apporto e il sostegno di Francoforte al debito italiano, il terzo al mondo per volume, è tutt’altro che banale. Anzi, è più marcato rispetto all’aiuto riservato ad altri Paesi.

Premessa. Con l’esaurimento naturale del Pepp, il programma pandemico che prevedeva l’acquisto di titoli pubblici emessi dai governi della zona euro al fine di evitare il collasso dei debiti sovrani sotto i colpi dei lockdown e della crescita stroncata dal Covid, l’Eurotower ha messo in piedi una sorta di spin off del Pepp, quel Tpi meglio conosciuto come scudo anti-spread. La filosofia di base è sempre la stessa, l’acquisto in stock di bond sovrani. Ma è il fine che è diverso. Con la prima stretta monetaria da dieci anni a questa parte (l’aumento dei tassi di 0,50% a valle del consiglio direttivo del 21 luglio), gli spread continentali hanno cominciato a innervosirsi, perché il denaro è improvvisamente diventato più caro, a cominciare dai mutui per la casa e dai prestiti alle imprese.

Collateralmente, l’Italia ha perduto il suo uomo-garante, quel Draghi dimissionario argine contro la speculazione sui mercati e voce autorevole in Europa. Questo ha fatto salire i rendimenti (quello del Btp decennale è ormai costantemente oltre il 3%) e di conseguenza lo spread tra titoli italiani e tedeschi. E il Tpi cade a fagiolo perché gli acquisti di debito che trasformano la Bce in prestatore di ultima istanza e dunque garanzia che se il mercato volta le spalle all’Italia, qualcuno che compra titoli c’è sempre, scattano proprio nel momento in cui i differenziali di rendimento tra titoli italiani e tedeschi si allargano troppo. In altre parole, Francoforte comincia a rastrellare bond tricolori quando finanziare il debito diventa un po’ troppo oneroso.

Tutto, almeno per il momento, solo sulla carta, perché lo scudo è ancora più teoria che pratica, viste le resistenze della Germania, tornata improvvisamente falco vecchia maniera. I tedeschi, infatti, non ne vogliono sapere di elargire aiuti a buon mercato, soprattutto a chi, come Roma, ha un debito al 150% del Pil. Eppure l’aiuto della Bce all’Italia c’è già stato. Ed è qui che entra in gioco l’analisi del quotidiano finanziario americano.

Secondo il quale “gli ultimi dati della Banca centrale europea (le statistiche sugli acquisti di debito divise per Paese, ndr) dimostrano che l’Eurotower ha utilizzato miliardi di euro per acquistare obbligazioni per proteggere l’Italia e altri membri periferici dell’eurozona, da quando ha attivato la loro linea di rinvestimento dei titoli in scadenza (embrione dello scudo anti-spread, ndr) nell’ambito del Pepp”.

Ebbene, sempre secondo il Wsj, i medesimi dati “indicano un uso significativo dei fondi liberati dal debito in scadenza nel portafoglio pandemico relativo al Pepp, oltre che un calo di 18,9 miliardi di euro fino a luglio delle obbligazioni tedesche, francesi e olandesi nel bilancio della Bce. Parallelamente, gli acquisti netti di debito da Italia, Spagna, Portogallo e Grecia sono stati pari a 17,3 miliardi di euro”. Tutto questo significa essenzialmente una cosa. Che la Banca centrale ha aiutato più l’Italia e meno Berlino, per buona pace di quel Joachim Nagel, governatore della Bundesbank, che con Roma e il suo debito ha davvero poco feeling.

“La Banca Centrale Europea ha promesso che avrebbe impedito che i costi di prestito dell’Italia andassero fuori controllo, e sembra che i banchieri facciano sul serio. I dati pubblicati dalla stessa Bce evidenziano il sussidio che Francoforte sta già offrendo per i prestiti italiani”. D’altronde, se la Bce compra titoli italiani, lo spread si raffredda perché non è necessario alzare i rendimenti e dunque il premio sui titoli stessi per assicurarsi la sottoscrizione dei bond (e dunque la liquidità necessaria a sostenere parte della spesa pubblica italiana) durante le aste.

La stessa Banca centrale ha spesso dichiarato, come peraltro ricorda il Wsj, di voler combattere la frammentazione dei costi del debito. E cioè di impedire che per un Paese sostenere il proprio debito e per le sue banche concedere prestiti, diventi troppo oneroso. Ed è proprio questa la ratio dell’aiuto all’Italia, scongiurare discrasie finanziarie che potrebbero danneggiare non solo la tenuta dell’euro ma anche la trasmissione a livello nazionale della politica monetaria centrale. Non è detto che lo scudo anti-spread alla fine entri in funzione, ma è certo che per l’Italia, alle prese con le tensioni politiche in vista del voto, è un po’ come se lo fosse già.

E meno male perché le casse pubbliche italiane saranno presto nuovamente sotto stress. Almeno stando ai calcoli dell’Istituto Bruno Leoni. Il motivo è semplice, il costo delle società partecipate che navigano in cattive acque. “Quest’anno lo Stato dovrà spendere cinque miliardi di euro per salvare le imprese partecipate che si trovano in difficoltà, in aggiunta ai due miliardi già spesi per Saipem (la ricapitalizzazione, ndr)”, chiarisce in un editoriale il Bruno Leoni.

“Il Tesoro e la Cassa depositi e prestiti sono infatti chiamati a coprire le perdite di aziende che, altrimenti, potrebbero entrare in crisi. Nell’elenco, sulla scrivania del ministro dell’Economia Daniele Franco e dell’amministratore delegato della Cdp Dario Scannapieco, ci sarebbero Fincantieri, Ansaldo Energia, Monte dei paschi di Siena, Ita e l’ex Ilva. Ciascuna di queste aziende fa storia a sé. Alcune sono realtà tendenzialmente sane che stanno attraversando una fase complicata a causa della congiuntura internazionale. Altre, come Ita, hanno ben poche speranze di generare utili a meno di non entrare nel perimetro dei grandi gruppi internazionali. Altre ancora pagano pegno a uno Stato e a un ceto politico che non riesce ad accettare il principio per cui un’impresa, una volta privatizzata, non deve più prendere ordini dalla politica. La campagna elettorale offre un’opportunità ai partiti per spiegare agli elettori che lo statalismo ha un prezzo, e chiedere loro se sono disposti a sostenerlo”.

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