Secondo il professore di Criminologia e Sociologia della devianza ci sono state delle falle nella strategia comunicativa del governo. E il prossimo esecutivo dovrà gestire con la massima attenzione le influenze esterne, soprattutto nell’ottica di prevenzione e mitigazione del conflitto sociale e antisistemico

 

Il voto del 25 settembre offre al Cremlino il momento perfetto per soffiare sulle braci della disinformazione e destabilizzare il Paese. Per questo la comunicazione strategica deve essere la priorità. Abbiamo parlato con Arije Antinori, professore di Criminologia e Sociologia della devianza alla Sapienza di Roma ed esperto dell’Eooh, delle origini, degli effetti (e delle soluzioni) dell’attacco russo all’Italia.

Professor Antinori, con l’avvicinarsi delle elezioni registriamo un aumento di ingerenze da parte della Russia.

La finestra elettorale, anche grazie all’inaspettata irruzione estiva, apre un fronte di vulnerabilità molto ampio. Peraltro in un momento in cui le crisi – come il conflitto russo in Ucraina e le ripercussioni della pandemia – si sovrappongono sistemicamente. Tutto quello che avviene adesso impatta un tessuto socio-culturale ed economico parecchio indebolito dal periodo pandemico, anche se sembra essersi esaurito. Dunque gli effetti della propaganda russa hanno una coda molto importante sulle infosfere estremistico-violente (come quelle legate al complottismo, ma non solo) che si sono sostanziate e rafforzate con l’indebolimento della società.

Indubbiamente la propaganda russa attecchisce in una parte del pubblico italiano. Ma come fa a diffondersi, nonostante le misure messe in atto per limitarla?

L’aspetto più rilevante dell’operazione russa è l’osservazione a lungo termine. Pensi alle braci in un focolare: serve mantenerle accese per ravvivarle a piacimento. Il “soffio” digitale e decentralizzato arriva dai canali alternativi al tradizionale circuito di disinformazione: RT e Sputnik sono bandite, ma gli stessi contenuti viaggiano sotto un’altra guisa attraverso social media come Telegram, VKontakte, Gab e Reddit, più “canalizzabili” e adatti a raggiungere una platea sempre più individualizzata e atomizzata. Così la Russia dissemina continuamente propaganda a intensità minore, per poi moltiplicare gli sforzi quando il momento è propizio al fine di “popolarizzare” il dissenso e “attivare” la destabilizzazione. Che avviene come reazione dal basso verso l’alto, logorando la coesione sociale ed erodendo profondamente la fiducia nelle istituzioni.

Può indicarci degli esempi?

Faccia caso alle recenti tensioni nei Balcani, da sempre esposti alla desinformazya russa e sempre più area chiave per i futuri equilibri della sicurezza europea. Da notare il timing perfetto della comunicazione destabilizzante da parte dei russi, che hanno soffiato sulle braci delle tensioni locali, ormai ampiamente sedimentate. E guardi all’Africa (dove la Russia esporta disinformazione assieme al grano, ndr), ci sono già campagne e manifestazioni pro-Russia e anti-Onu. Ora Il Cremlino si sta concentrando sui Paesi Visegrad, dove la retorica di disallineamento iper-nazionalistico e anti-europeista continua ad attecchire. Non a caso, settimana scorsa a Praga 70 mila persone sono scese in piazza contro la Nato e le sanzioni alla Russia. Toccherà presto anche alla Germania, più esposta alle forniture di energia russe. Ed è in atto anche un attacco frontale all’Italia, Paese chiave dell’Unione e non del, ma nel, Mediterraneo. Caratteristica che dovremmo tutelare con la massima cura, soprattutto oggi.

Che temi sfrutta la Russia nel nostro Paese?

La crisi energetica alle porte, un problema che parla immediatamente all’elettorato. Il tema delle bollette consente di accedere all’audience dal basso e rendere ancora più vulnerabile il sistema-Paese. Basti pensare alla centralità del risparmio delle famiglie, nonché delle Pmi, per l’Italia. Il cittadino si sente solo ed esposto, anche per via della strategia socio-cognitiva di “stop and go” – come aprire e chiudere i rubinetti dei gasdotti in continuazione per creare tempestivamente la percezione di incertezza –  che consente al Cremlino di penetrare lo scudo di una comunicazione strategica ad oggi ancora decisamente assente.

Come hanno risposto le istituzioni italiane?

Non efficacemente. Ci sono state delle falle nella strategia comunicativa del governo Draghi, molto “silenziosa” e spesso in ritardo. Questa sarà una vulnerabilità da gestire con la massima attenzione da parte del prossimo governo, soprattutto nell’ottica di prevenzione e mitigazione del conflitto sociale e antisistemico. Proprio l’assenza di comunicazione da parte delle istituzioni ha consentito ai partiti di manovrarci attorno a proprio vantaggio – come si è visto con le molteplici “versioni” dei partiti sulla caduta di Draghi. Del resto, è l’era della post-verità. Ora siamo passati dall’assenza di comunicazione strategica alla sovra-comunicazione diretta dei partiti. Peccato che questi siano sordi alle questioni più strategiche, probabilmente perché iniziano a comprendere il rischio di governare ora e dell’impopolarità di gestire le crisi nella loro complessità. Sempre che si sia imparato a fare; ho molti dubbi a riguardo.

Che ripercussioni ha tutto questo sull’elettorato?

L’incertezza della situazione odierna fa sì che l’elettore cerchi rifugio, conforto, o ancor peggio senso, nell’informazione al di là di autorevolezza, oggettività e veridicità. Mentre i partiti continuano a parlare alla pancia dell’elettorato, anche la Russia parla a tutti, direttamente, ibridando la sua propaganda con altri temi politici, sociali e culturali – come vaccini e teorie sul gender – su cui produce e alimenta disinformazione costante, sfruttando temi divisivi per accentuare le fratture nella società. È una guerra socio-cognitiva, cyber-sociale, e stiamo consentendo al Cremlino l’accesso diretto al target primario, l’elettore, in tempi di impressionante incertezza.

Dunque come se ne esce?

Non dobbiamo mai pensare che le infosfere e i sistemi socio-comunitari siano immutabili. Come del resto non sono immutabili, ma flessibili, le strategie portate avanti dagli attori ostili. Finché non si spiegherà la situazione ai cittadini, la complessità del contesto, questi troveranno sempre narrazioni alternative che li raggiungono immediatamente e riempiono quel vuoto informativo, magari ricostruendo abilmente il senso delle cose. Occorre ripristinare il tessuto connettivo della comunicazione strategica a livello istituzionale e comunitario, tanto locale quanto nazionale. Per non parlare del fatto che in tempi pre-elettorali serve proteggere il cittadino/elettore, garantendo da un lato la formazione della propria libera opinione e dall’altro l’assoluta impermeabilità di opinion leader, partiti e candidati alla dipendenza – anche indiretta –, influenza e interferenza di attori esterni. Solo così si potrà parlare seriamente di tutela dell’interesse nazionale, di sicurezza nazionale, di fiducia nello Stato e nel sistema elettorale, quindi dell’integrità della democrazia nell’era della post-verità.

Altrimenti che succede?

Lasciamo i cittadini da soli ed esposti all’“odio combustibile” del Cremlino, e non solo. A livello interno, tenga presente le stime sull’astensionismo – quel 40% circa di elettori che non sarà rappresentato nel prossimo Parlamento – e si ricordi, senza voler fare parallelismi semplicistici, che i movimenti connettivi, antisistema e antipartito degli Stati Uniti sono nati su premesse simili. A livello europeo, i problemi energetici e le difficoltà quotidiane faranno passare in secondo piano la guerra. Inizieremo, invece, a fare la “guerra” sulla produttività tra Paesi europei, rompendo il fronte comune. Potremmo finire per dimenticare il popolo ucraino, la tutela della sovranità nazionale, della libertà e della democrazia. Ma così anche le nostre democrazie diventeranno incredibilmente più frammentate, isolate, fragili e vulnerabili alle ostilità esterne, attivate principalmente dall’interno. Come vede, stiamo giocando col fuoco. Su un terreno già coperto di braci.

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