L’intesa firmata tra il ministero dello Sviluppo Economico e il ministero della Transizione Ecologica rappresenta un segnale importante per il tessuto industriale italiano, che vede formarsi il primo vero e proprio nucleo governativo a supporto delle filiere strategiche. Un lascito del governo uscente che dovrà essere una delle priorità anche per il futuro esecutivo

Tra le tante conseguenze della guerra in Ucraina e dell’energy crunch che ci condanna ad un futuro molto incerto sul piano economico e industriale, sembra essersi finalmente consolidata la consapevolezza delle sfide attuali, e future, legate alla transizione energetica e digitale.

Come calca l’acuta penna di Paolo Bricco sulle pagine del Sole 24 Ore, il recente trend che sembra consolidarsi a livello globale – un disaccoppiamento delle catene del valore per ragioni di prossimità, sicurezza e stabilità delle forniture, siano esse di gas o di materie prime – chiede al nostro sistema-Paese un radicale cambio di paradigma. Culturale, oltre che strategico. Perché se la globalizzazione aveva stimolato le corde più nascoste del nostro dinamismo imprenditoriale, agganciandolo a codici più o meno comprensibili e condivisi, oggi la guerra silenziosa, e purtroppo reale su alcuni fronti, innescata da una serie di “policrisi” dovrà necessariamente preparare il tessuto industriale ad una nuova stagione. Fatta sì di competizione, ma anche di sopravvivenza.

In questo contesto di rapida trasformazione, più che di transizione dal momento che osserviamo caratteri di shock più che di adattamento, le nostre imprese dovranno capire prima di tutto i settori emergenti, le filiere che si muovono e che vedono ad oggi un baricentro già molto sbilanciato verso l’Asia-Pacifico. Dalle miniere ai mercati di sbocco, come dimostra il controllo capillare della Cina sui materiali critici, le attività di trasformazione in Indonesia e Filippine, gli investimenti colossali di Corea del Sud e Giappone del settore delle batterie, il predominio di Taiwan sui semiconduttori fino ad un mercato, quello delle auto elettriche, che in Cina è già realtà e non solo un spot futuristico.

Il ruolo della politica sembra tornare con grande forza perché il controllo delle materie prime, oggi, è il primo fronte della competizione tecno-industriale a livello globale. Vediamo consolidarsi questa consapevolezza da alcuni anni a livello europeo, e negli Stati Uniti, perché la pandemia e la crisi energetica ci hanno svelato un mondo che richiede una rinnovata condivisione di interessi, pianificazione, monitoraggio tra Stato e imprese per affrontare le sfide della decarbonizzazione e rimanere sulla frontiera tecnologica.

Ieri, la firma del decreto interministeriale da parte del ministro per lo Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti e il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani poggia un primo importante passo in questa direzione: la nascita di un tavolo interministeriale per le materie prime critiche. Il coinvolgimento di istituzioni di ricerca, associazioni di impresa avrà come obiettivo quello di “rafforzare il coordinamento e formulare proposte utili alla creazione delle condizioni normative, economiche e di mercato volte ad assicurare un approvvigionamento sicuro e sostenibile”, come si legge nel comunicato ufficiale. L’enfasi su sicurezza e sostenibilità riprende le priorità, stabilite a livello europeo, dall’Action Plan della Commissione sulle materie prime critiche, che presiede l’European Raw Materials Alliance a cui l’Italia partecipa tramite il Mise, Enea e altri importanti istituti.

L’invasione russa dell’Ucraina ha infatti nuovamente catalizzato l’attenzione sui rischi di nuove dipendenze, oltre a quelle dal gas. La Farnesina, in collaborazione con Confindustria e Agenzia ICE, aveva messo a punto nei mesi seguenti alla guerra un progetto per aiutare a identificare le principali materie prime e semilavorati critici per l’industria nazionale fornite da paesi direttamente o indirettamente coinvolti dal conflitto ucraino, con l’obiettivo di aiutare le imprese ad una pronta diversificazione degli approvvigionamenti. “Grazie al coinvolgimento attivo della rete diplomatica-consolare” si legge in una nota, “la Farnesina ha già individuato e preso contatti con alcuni potenziali fornitori presenti in mercati alternativi a quelli interessati dal conflitto”. La lista stilata dal Ministero comprende un totale di 19 materiali, tra cui ferro, acciaio, ghisa, alluminio e prodotti cerealicoli, altri molto specifici come cloruro di potassio, ferro silicio, oltre a materie prime critiche incluse nella lista europea 2020, come palladio, platino, nickel.

Come confermato anche da un recente rapporto Oecd, la Russia rimane un fornitore di primo piano nel mercato delle commodities non energetiche: Mosca infatti rappresenta il 5,5% della produzione ed esportazione mondiale di alluminio, il terzo paese dopo Cina e India, detiene rispettivamente l’11% e il 15% della produzione e esportazione globale di nickel, ingrediente fondamentale per le batterie elettriche, il 43% della produzione mondiale di palladio e figura tra i primi quattro esportatori di ossidi di vanadio, con il 21% della produzione e il 25% delle esportazioni mondiali. Senza contare l’impatto sul gas neon, altro materiale essenziale per supply chain dei semiconduttori.

La lista di materie prime critiche italiana sembra in parte discostarsi da quella individuata dalla Commissione. Come sottolineato da uno studio pubblicato nel febbraio 2022 dal CRIET, centro di ricerca associato all’Università degli studi di Milano e guidato dal professor Angelo Di Gregorio, ripreso dal Sole 24 Ore, lo iato tra le ambizioni europee, riflesse dalla metodologia di calcolo europea che guarda a litio, terre rare, gallio e altre 27 materie prime critiche, e le esigenze attuali del tessuto industriale italiano sembra considerevole. Il rame sarebbe più importante economicamente del litio, ad esempio. Tuttavia, è evidente che la questione è più a valle: la divergenza di vedute riflette una situazione statica, nella quale il nostro ecosistema sembra già in una posizione critica rispetto alle trasformazioni di mercato downstream, prima ancora che a monte della filiera.

A fotografare una realtà molto differente è invece il report Ambrosetti, che ha stimato in centinaia di miliardi di euro il valore della dipendenza del sistema-Paese, inclusi gli ecosistemi industriali più all’avanguardia, dalle importazioni di materie prime considerate critiche dalla Commissione e che finiscono per alimentare le esportazioni dell’Italia a più alto valore aggiunto.

Per far chiarezza sulle priorità e sugli strumenti da adottare, il tavolo tecnico interministeriale è chiaramente un segnale importante per istituzionalizzare un processo che deve necessariamente coinvolgere tutti gli stakeholders. Dalle comunità locali, alle attività d’impresa, riscoprendo anche il potenziale geologico italiano, come dimostra la recente scoperta nella provincia di Sassari.

Tuttavia, la complessità delle filiere, le diverse esigenze del sistema produttivo italiano e un contesto geopolitico instabile richiedono competenze su più livelli. Un esempio viene dalla Gran Bretagna, che ha di recente creato un organismo di intelligence per il monitoraggio delle filiere dei materiali critici. Resterà essenziale partecipare proattivamente ai consessi multilaterali (Minerals Security Partnership), soprattutto con gli alleati, per condividere informazioni, coordinare gli investimenti per allentare i colli di bottiglia più critici, come per esempio le attività di trasformazione delle materie prime, e promuovere il de-risking dei progetti minerari.

La nascita di un tavolo tecnico su uno dei dossier più caldi per la politica estera e industriale italiana è certamente un punto di partenza, anche per il governo nascituro, per affrontare, con consapevolezza strategica, una delle sfide più importanti per un paese tradizionalmente votato all’export e che deve guardare alla transizione ecologica anche come opportunità di sviluppo economico.

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