Il leader di Azione, pasdaran dell’agenda Draghi, apre al disavanzo pur di trovare i soldi con cui disinnescare la mina delle bollette. Forse non saranno i 30 miliardi immaginati da Salvini ma ora il partito dello scostamento sui conti si allarga. Ma occhio a due variabili, il premier e la Bce

Inutile girarci intorno, se si vuole disinnescare la bomba, in parte già esplosa, delle bollette, servono i soldi. Il governo per il momento ha accantonato poco più di 6 miliardi per fermare la corsa dei prezzi energetici ed allentare un poco il cappio intorno a famiglie e imprese. Ma non bastano, se l’obiettivo è arrivare a 10-13 miliardi bisogna inventarsi qualcosa. Magari quel disavanzo (qui l’intervista all’economista Marcello Messori) che fa paura a molti e piace ad altrettanti. Sia chiaro, per questi ultimi non è certo una passeggiata di salute, ma certamente un male necessario, senza dubbio meno doloroso rispetto alla chiusura di migliaia di imprese e la perdita di altrettanti posti di lavoro.

E così, per evitare la macelleria, è nato il partito del deficit. Matteo Salvini vorrebbe 30 miliardi in disavanzo sul piatto d’argento, Fratelli d’Italia e Forza Italia sarebbero anche disposti ad accettare uno scostamento, ma solo in mancanza di alternative credibili. Mario Draghi, da parte sua, non ne vuol sapere, e ha le sue ragioni. Dello scostamento farebbe a meno anche il Pd, mentre per il Movimento Cinque Stelle un pensierino lo si potrebbe anche fare (qui l’intervista al viceministro allo Sviluppo, Alessandra Todde).  Poi ci sono i giochi di magia della politica, specialmente in tempo di corsa al voto. E così va in scena la strana saldatura tra Carlo Calenda e il centrodestra, nel nome, si intende, del deficit.

La sponda l’ha data proprio il leader di Azione, per il quale “oggi c’è una relazione che dice che c’è un extra che deriva dall’inflazione sull’Iva che è sufficiente per coprire il provvedimento contro il caro bollette, se è sufficiente bene, perché non è che lo scostamento è una cosa buona o cattiva in sé, dipende se ci sono altri soldi, oppure si deve fare. Ma se si deve fare si deve fare, perché qui sta chiudendo ogni singola attività, il manifatturiero ma anche il commerciante e l’artigiano. Dopo, i costi che avremo, saranno 4 volte tanto, perché pagheremo in cassa integrazione, in sussidi di disoccupazione, in reddito di cittadinanza, e come le ricostruiamo le filiere industriali? Quindi bisogna intervenire ora”. La sostanza è chiara, se se serve nuovo deficit, lo si faccia. Magari non nella misura immaginata da Salvini, non 30 miliardi insomma, ma una decina, forse, sì.

Insomma, alla fine della classica fiera, il più convinto sostenitore dell’agenda Draghi apre allo scostamento di bilancio. E chissà cosa ne pensano nel centro-destra, dove lo scostamento è visto come l’ultima spiaggia. La linea, decisamente più morbida di quella della Lega, l’ha dettata Antonio Tajani, numero due di Forza Italia. “A noi interessa aiutare le famiglie e le imprese: serve un’azione immediata da parte del governo. Bisogna vedere nelle pieghe del bilancio cosa rimane altrimenti si può fare extra deficit, ma come estrema ratio”.

Fin qui le ragioni dei partiti. Poi ci sono quelle del governo e dei numeri. E c’è da essere lucidi. Tanto per cominciare, dopo due anni di pandemia e sette provvedimenti di emergenza gonfi di bonus e sussidi, i conti italiani sono sotto stress, con un rapporto debito/Pil inchiodato al 150%. E non ci si deve illudere del buon andamento della crescita, dal momento che l’Italia è ancora in una fase di rimbalzo ed è presto per dire con certezza di essere tornati ai livelli pre-pandemici.

Poi c’è la Bce. L’era del denaro facile da parte delle banche centrali è tramontata pure nella zona euro, con il rialzo record dei tassi da parte di Francoforte (75 punti base, dopo i 50 nella riunione precedente). Un freno all’inflazione, forse, ma ogni medaglia ha il suo rovescio e di conseguenza salgono i rendimenti dei titoli di Stato. In Italia il tasso del Bot annuale in asta ha raggiunto stamani il 2,091%, impennandosi di oltre 110 punti base, quello sul Btp decennale il 4%. In altre parole, meno spazio di manovra sui conti, perché se si gonfia ancora il deficit, sale il debito e finanziarlo, che già costa parecchio, diventa ancora più oneroso. E il conto, presto o tardi, arriva.

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