Il nuovo Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio è un conservatore e cattolico (ratzingeriano), già sottosegretario all’Interno, con una lunga esperienza pratica nei settori nevralgici che saranno decisivi nel percorso dell’esecutivo

Oltre a Raffaele Fitto ci sarà un altro pugliese nel governo Meloni I: Alfredo Mantovano, nella preziosa casella di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Magistrato dal 1983, deputato nel 1996-2001, è stato sottosegretario all’Interno nel 2001-06, senatore nella legislatura 2006-08, nuovamente sottosegretario all’Interno con delega alla sicurezza dal 2008 e presidente de Commissione sui programmi di protezione.

Chi è

Fa parte di Alleanza Cattolica dal 1976 e spesso è intervenuto al meeting di Rimini. Non solo politica, visto che è autore di sette volumi e di numerosi saggi, tra cui “Ritorno all’Occidente. Bloc-notes di un conservatore” (Milano, 2004), “Prima del kamikaze. Giudici e legge di fronte al terrorismo islamico” (Soveria Mannelli, 2005), “Un giudice come Dio comanda. Rosario Livatino, la toga e il martirio”. È stato membro del Copasir e si è distinto per alcune proposte di legge, tra cui quelle sull’istituzione di una procura antiterrorismo e del riordino delle forze di polizia italiane. Cattolico e conservatore, vanno cerchiati in rosso tre temi su tutti: sicurezza, giustizia e temi etici, ovvero i suoi ambiti di maggiore interesse.

Giustizia

Pochi giorni fa sul tema giustizia ha ribadito la sua convinzione: che chiunque andrà a via Arenula dovrà ripartire dalle note priorità che sono le stesse da un quarto di secolo, ovvero “riequilibrare i poteri dello Stato all’interno di questo dicastero fondamentale” e una vera e formale separazione delle carriere.

Nel 2008 sottolineò l’esigenza che vi fosse una Corte di giustizia che valutasse i magistrati: l’occasione era stata lo scontro fra la Procura di Salerno e quella di Catanzaro, che secondo Mantovano altro non fu che la “spia rivelativa della frantumazione di un dogma, quello secondo cui la magistratura riesce a badare a se stessa in nome di una autoreferenzialità che nessuno può mettere in discussione”.

Immigrazione

Nello stesso periodo, quando Lampedusa fu interessata da un ingente flusso di migranti, ribadì l’esigenza di avere a disposizione strumenti più agili e veloci rispetto a quelli che di solito si hanno a disposizione per far fronte a queste emergenze, come provvedere alla cura di migliaia di persone o ad accelerare le procedure amministrative. E toccò più volte anche il tema Libia, predicando l’importanza dei rapporti bilaterali con i Paesi di provenienza e di transito. “In particolare, lo sforzo politico, prima ancora che giuridico, va dato per attuare completamente l’accordo con la Libia, sottoscritto nel dicembre 2007 dall’allora Ministro Amato, che è rimasto finora sulla carta”.

Sicurezza

Nel 2009 osservò che il sistema della sicurezza non si esaurisce col lavoro delle forze di polizia, “che pure mantengono un ruolo centrale e prevalente, ma può contare su altri importanti soggetti, dalla polizia locale ai sindaci, fino alla vigilanza privata: nessuno di costoro recita una parte marginale, da ritenere di serie B o C. Ciascuno è chiamato a svolgere una parte propria, in stretta collaborazione con gli altri soggetti”.

In quest’ottica il Parlamento, proprio in quei giorni, lavorava a una riforma della legge quadro sulla polizia locale e in seguito ai sindaci vennero conferiti nuovi e più precisi poteri, come l’ordinanza di sicurezza urbana o il potere di iniziativa per l’utilizzo dei volontari della sicurezza (le cosiddette ronde).

Terrorismo

Nel 2006 nel volume edito da Rubbettino “Prima del kamikaze. Giudici e legge di fronte al terrorismo islamico” si occupò delle polemiche sollevate da alcuni provvedimenti giudiziari in tema di terrorismo al cui interno c’erano distinzioni fra terroristi e guerriglieri. E si chiedeva se i giudici italiani che si occupavano della materia fossero culturalmente attrezzati ad affrontare questo tipo di terrorismo e in che modo le scelte del governo e del parlamento potessero favorire decisioni meno contraddittorie e più efficaci. Propose in quella circostanza un “equilibrio, sul terreno del contrasto, fra l’esigenza di arrivare prima e la necessità di non punire la mera intenzione”.

Ddl Cirinnà

Spicca sul ddl Cirinnà una sua lunga osservazione, affidata proprio alle colonne di Formiche.net, in cui il magistrato ragionava sul perché prendersela col ddl Cirinnà, imputandogli di far rientrare l’adozione nella nuova disciplina, quando il testo non ammette in modo esplicito l’adozione medesima da parte di due persone dello stesso sesso unite civilmente. Asseriva che fosse falso l’assunto che se il genitore biologico morisse il bambino verrebbe condotto in istituto, visto che già oggi l’ordinamento prevede che il minore che resta senza genitori può essere adottato, secondo il criterio del suo superiore interesse, in deroga alle disposizioni generali, e quindi – per esempio – da parte di persona che dimostri di aver stabilmente convissuto col padre o con la madre venuti meno, e in tal modo ha stabilito una relazione la cui prosecuzione fa bene al minore.

“Le norme del Cirinnà non presuppongono una situazione critica come questa: fanno diventare regola la presenza di due genitori dello stesso sesso”, osservò, aggiungendo il tema riguardante due uomini conviventi che intendono avere un bambino. “La modalità giuridica comincia a farsi strada in qualche sentenza di assoluzione dopo essersi dichiarati genitori di un minore che non è nato biologicamente né dall’uno né dall’altro. Diventerà un’autostrada quando il diritto del minore a una famiglia sarà sostituito – come avviene con il capovolgimento promosso dal Cirinnà – dal diritto dell’aspirante genitore a un figlio. Attenzione: se il figlio diventa oggetto di un diritto, non è più qualcuno: è qualcosa. Non a caso ordinabile, manipolabile e rifiutabile a volontà. Ci si rende conto fino in fondo degli orrori cui conduce l’errore originario della sovrapposizione dei due regimi unioni civili/matrimonio?”

Droghe no

L’ultimo volume pubblicato quest’anno è “Droga, le ragioni del no” per Cantagalli editore, in cui Mantovano, dopo che con la sentenza n. 51/2022 la Corte Costituzionale ha dichiarato non ammissibile il quesito referendario che puntava a rendere legale la coltivazione di piante da cui ricavare qualsiasi tipo di stupefacente, inclusi papavero da oppio e coca, critica il movimentismo italico per liberalizzare la droga. Nel libro sottolinea, tra laltro, gli effetti negativi delle principali sostanze stupefacenti, in particolare dei derivati della cannabis e descrive il profilo criminologico del traffico, della diffusione e del consumo delle droghe in Italia, portando come esempi quegli ordinamenti che hanno introdotto leggi permissive, in primis alcuni stati americani.

Condividi tramite