“Prima o poi anche l’aggressore si deve rendere conto che la guerra è una minaccia anche per se stesso. L’unica vittoria è la pace. La Cina? È ragionevole sperare in un suo intervento. Anche perché ci sono segnali che fanno ben sperare”. Conversazione con Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio

 

La voce di papa Francesco è instancabile e gli appelli alla pace continui. Lo sforzo della diplomazia vaticana, come riportato anche nell’intervista al professor Marco Faggioli su Formiche.net, è tesa a mantenere la propria credibilità nei confronti di Mosca. Ma “il vero problema per il Vaticano sono gli interlocutori e quanto siano disposti a sedere al tavolo delle trattative per la pace”. Ne è convinto Marco Impagliazzo, ordinario di Storia Contemporanea all’università di Roma Tre e presidente della Comunità di Sant’Egidio.

Per invocare la pace, occorrono presupposti chiari a partire dal riconoscimento di invasore e invaso. 

Mi pare che i ripetuti appelli del papa sotto questo profilo siano del tutto incontrovertibili. Ora si tratta di capire quanto gli interlocutori, anche al di la di Russia e Ucraina siano disposti a prendere posizione nei tavoli di pace.

A quali interlocutori si riferisce?

Come ha dichiarato il pontefice, si tratta ormai di un conflitto che interessa tutto il mondo. Per cui mi riferisco agli Stati Uniti, all’India e alla Cina in prima istanza.

C’è possibilità che la Cina possa muoversi per chiedere un impegno di pace alla Russia?

È finalmente terminato il congresso del partito comunista cinese. Dunque è ragionevole sperare in un intervento della Cina. Anche perché ci sono segnali che fanno ben sperare: la mancata foto di gruppo a Samarcanda – appuntamento in cui c’era anche Putin – è un fatto interessante.

E gli Stati Uniti?

Il presidente Biden è cattolico e questo potrebbe essere un punto di vantaggio per un eventuale intervento della Santa Sede, benché queste siano ipotesi assolutamente personali. È indubbio, comunque, che gli appelli del Papa siano continui e chiari.

Ma il punto è capire se questi appelli possano avere un riscontro da Putin e Kirill. 

Sì, ma è importante comunque fare questi appelli perché aiutano a uscire dalla logica della guerra, tornando alla prospettiva della pace, del Vangelo. Tutto questo penso che abbia un ruolo importante per smuovere le coscienze. Anche dell’aggressore.

Possono contribuire ad aprire un dialogo che conduca alla pace e scongiuri la minaccia di una guerra nucleare?

La pace è il grande bene dell’umanità e io resto convinto che prima o poi anche l’aggressore si debba persuadere e rendere conto che la guerra è una minaccia anche per se stesso. L’unica vittoria è la pace.

Difficile immaginare questa lettura dalla prospettiva del Cremlino.

Nel 1989, all’indomani della caduta del muro di Berlino, Papa Giovanni Paolo II, ad Assisi, disse che non si era pregato invano. Voglio pensare che anche ora sarà così. Invocare la pace. Magari verrà.

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