Nonostante gli spot del partito, la seconda economia globale cresce meno del previsto e sconta gli effetti dell’agonia del mattone. E allora prestare soldi diventa più rischioso. La mossa di Taipei​

Ci si può fidare di un’economia che, nonostante le strombazzate del palazzo, cresce meno del previsto? Forse no. Succede in Cina, o meglio a Taiwan. Pechino si ostina a difendere un target del 5% di crescita a fine anno, se non fosse che le principali istituzioni mondiali, non ci credono nemmeno un po’. Tanto che la Banca mondiale ha drasticamente tagliato la stima, al 2,8%.

E allora ecco che le banche di Taiwan, l’Isola che il Dragone vorrebbe tutta sua e non certo da ieri, al punto da tenere il mondo intero sull’orlo di un conflitto armato tra i due Paesi, hanno deciso che fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio. Lo dice un dato, scovato da Reuters. I prestiti del settore bancario di Taiwan alla Cina continentale sono infatti diminuiti del 16% a settembre rispetto all’anno precedente. Perché? Semplice, la causa va ricercata nel rallentamento della crescita economica di Pechino.

I numeri non mentono. Includendo i prestiti per le imprese cinesi concessi dalle banche di Taiwan, alle quali finora è sempre convenuto erogare il credito e marginare sui tassi, l’esposizione generale è diminuita di 234 miliardi di dollari rispetto al 2021. Non proprio spiccioli se si considerano le dimensioni geo-economiche di Taiwan, la cui economia si basa in larga parte sull’industria dei microchip. Il ragionamento è semplice. Le stesse banche cinesi se la passano male, perché a loro volta esposte alla crisi senza fine del mercato immobiliare. E allora, come prestare denaro a un sistema (gli istituti, peraltro, spesso si prestano denaro tra loro, finanziandosi a vicenda) che a sua volta rischia di non ricevere i soldi concessi a terzi?

Come raccontato da Formiche.net pochi giorni fa, per anni, prima, durante e dopo la pandemia, le banche cinesi hanno dirottato miliardi di dollari ai grandi colossi del mattone. I quali, una volta finiti a gambe all’aria o imbottiti di downgrade, sono stati costretti a rinegoziare il debito, il quale è passato allo stato di sofferenza. Questo, come in tutte le economie avanzate del mondo, comporta delle svalutazioni, ovvero perdita di valore del credito. E ogni anno le banche, quando c’è da chiudere il bilancio, debbono contabilizzare tale perdita di valore dei crediti.

Ora, tutto questo si è tradotto per gli istituti in un costo di 1.500 miliardi yuan, circa 212 miliardi di dollari. Una voragine nei conti delle principali banche cinesi, apertasi proprio per colpa della crisi, apparentemente senza uscita, delle società immobiliari. Gli analisti di Ubs stimano in quasi 9 mila miliardi di yuan l’esposizione del settore immobiliare verso le banche. E forse proprio questo ha spaventato Taiwan.

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