Il Parlamento europeo chiede a Commissione e Consiglio europeo di “resistere” alle pressioni dell’Ungheria sui fondi comunitari. Fratelli d’Italia e Lega contrari, Forza Italia a favore. Le distanze tra popolari, conservatori e sovranisti rimangono ampie. A dicembre la prova del governo per l’esecutivo

La maggioranza del governo Meloni si è spaccata a Strasburgo sulla risoluzione con cui il Parlamento europeo chiede alla Commissione europea e al Consiglio europeo di “resistere” alle pressioni dell’Ungheria di Viktor Orbán e di adottare nei confronti di Budapest misure legate alla condizionalità sullo Stato di diritto, che prevedono la sospensione di alcune erogazioni di fondi comunitari. Le delegazioni di Fratelli d’Italia e Lega hanno votato contro la risoluzione, mentre gli eurodeputati di Forza Italia, fedeli alla linea del Partito popolare europeo, hanno espresso voto favorevole. Due le eccezioni: la leghista Gianna Gancia e l’azzurro Massimiliano Salini, entrambi astenuti.

Il testo è stato approvato con 461 voti a favore, 124 contro e 33 astensioni: le 17 misure presentate da Budapest e negoziate con la Commissione europea “non sono sufficienti a far fronte al rischio sistemico sussistente per gli interessi finanziari dell’Unione europea” anche se venissero attuate in pieno, si legge. La Commissione, per gli eurodeputati, deve trovare i mezzi per assicurarsi che i fondi europei arrivino effettivamente ai beneficiari finali.

Fratelli d’Italia e Lega sostengono che serva promuovere un dialogo per trovare un punto di equilibrio, che il Parlamento europeo si sia spinto oltre le sue competenze. Meglio, dicono, affidarsi al Consiglio europeo, cioè ai 27 Stati membri, che si riuniranno a dicembre per prendere una decisione. Potrebbe essere “un banco di prova cruciale” per Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia e presidente del Consiglio in pectore, e l’asse della destra sovranista in Europa, come aveva spiegato Steven Forti, professore di Storia contemporanea all’Università autonoma di Barcellona, a Formiche.net. Intanto, però, le distanze tra popolari, conservatori e sovranisti a Strasburgo appaiono ancora ampie.

Ieri era stata l’opposizione al governo Meloni a dividersi a Strasburgo sulla risoluzione approvata dal Parlamento europeo che ha definito la Russia uno Stato che sponsorizza il terrorismo e usa metodi terroristici. La delegazione del Movimento 5 Stelle aveva scelto l’astensione e tre europarlamentari del Partito democratico (Pietro Bartolo, Andrea Cozzolino e Massimiliano Smeriglio) avevano votato contro, assieme all’ex leghista no vax Francesca Donato. Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, ha spiegato al Corriere della Sera l’astensione dicendo che oggi “i nostri sforzi sono protesi a costruire un percorso diplomatico” con un ruolo dell’Unione europea da protagonista, ma “definire la Russia uno Stato terrorista allontana le parti in causa” – si noti bene la scelta delle parole, non “aggressore” (la Russia) e “aggredito” (l’Ucraina) – e “non aiuta a ricomporre il dialogo”. “Indicare la Russia come un Paese terrorista è un punto di non ritorno che allontana una soluzione politica”, ha detto il dem Smeriglio alla vigilia di una fase congressuale in cui le modalità del sostegno all’Ucraina potrebbero essere un elemento di confronto e scontro.

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