L’azienda leader dei semiconduttori ha celebrato i nuovi impianti produttivi che sforneranno la prossima generazione tecnologica. Prosegue la traiettoria della legge di Moore, trainata dai massicci investimenti dell’industria taiwanese che rassicura sui pericoli di trasferire la tecnologia all’estero

Appena una settimana dopo alcuni rumors che vorrebbero Taiwan Semiconductor Manufacturing Corporation (Tsmc) in procinto di avviare un sito produttivo in Germania, oltre a quelli già confermati negli Stati Uniti, arriva l’immediata conferma della strategia di lungo periodo del colosso dei chip.

Nella giornata di ieri, il chairman Mark Liu ha confermato i piani di investimento del più grande produttore di chip mondiale per mantenere le fonderie più all’avanguardia sull’isola, allontanando così le critiche per i massicci investimenti oltreoceano che, secondo alcuni, minerebbero la centralità di Tsmc – e dunque dell’ecosistema dei semiconduttori taiwanese – in un contesto di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina.

I nuovi flussi di capitale, per un totale di 60.4 miliardi di dollari, verranno incanalati per sostenere le attività di produzione di semiconduttori da 3 e 5 nanometri nei siti presso il Tainan Science Park (Tsp) nella parte sud-occidentale di Taiwan. Una cifra enorme, circa il 50% in più di quanto investito negli Stati Uniti in Arizona per due impianti da 4 e 3 nanometri che diventeranno operativi rispettivamente nel 2024 e nel 2026 e da una capacità di 600.000 wafer di silicio annuali. Capacità che Tsmc ha messo in piedi sull’isola nel corso di questi ultimi anni, confermando la strategia di distanziamento tecnologico tra l’isola e i partner commerciali occidentali.

L’obiettivo, infatti, è duplice: favorire il reshoring di attività produttive in paesi alleati e fidati, godendo dei generosi incentivi fiscali, servendo i mercati di sbocco e fortemente specializzati (elettronica avanzata e industrie della difesa negli Usa, automotive e settore industriale in Europa) e al contempo limitare il trasferimento tecnologico dei nodi progressivamente più maturi rispetto ai piani di ricerca e sviluppo dell’industria taiwanese.

Infatti, con l’inaugurazione della fonderia Fab 18, già operativa su scala industriale con ottimi rendimenti, l’azienda conferma l’ethos tecno-nazionalistico con gli investimenti in semiconduttori più avanzati e l’espansione delle capacità manifatturiere in via prioritaria sull’isola, nel distretto di Tsp. “Tsmc continuerà a mantenere la sua leadership tecnologica investendo in modo significativo a Taiwan”, ha dichiarato Liu di fronte alla stampa. L’investimento genererà 11.300 posti di lavoro per personale altamente qualificato (principalmente ingegneri elettronici) e 23.500 assunzioni indirette. Inoltre, Liu ha anticipato l’apertura di un centro di R&D nel distretto di Hsinchu Science Park, nella parte settentrionale dell’isola, impiegano 8.000 persone tra ricercatori e personale.

L’azienda taiwanese si mette così alla pari della rivale coreana Samsung, che aveva già raggiunto l’obiettivo nel giugno di quest’anno. Secondo le stime di mercato di Tsmc, la tecnologia a 3 nanometri genererà una domanda di prodotti finali con un valore di mercato pari a 1,5 trilioni di dollari entro cinque anni. I chip ad alta tecnologia, infatti, sono già utilizzati in molti settori, dagli smartphone al settore automotive elettrico fino ai sistemi missilistici più moderni, e dovrebbero garantire maggior potenza di calcolo e minor dispendio di energia. I semiconduttori a 3 nanometri saranno fondamentali per lo sviluppo della rete 5G, infrastrutture Ict wireless, data center e dispositivi per la realtà aumentata. Tsmc è già il principale fornitore di Apple, i cui prodotti di punta come l’Iphone 14 Pro e il Pro Max sono assemblati con microprocessori con tecnologia di Tsmc a 4 nanometri.

Il chairman di Tsmc ha inoltre confermato che l’azienda è pronta a costruire, ed espandere in sei fasi, le sue strutture di produzione di chip a 2 nanometri vicino alle città di Taichung e Hsinchu. Il debutto è previsto tra il 2025 e il 2026, con un significativo cambiamento nella tecnologia dei transistor che compongono i chip. Attualmente non sono previsti investimenti di questa tecnologia avveniristica al di fuori di Taiwan.

Il vicepremier Shen Jong-chin, che ha presenziato all’evento di inaugurazione, ha denigrato le teorie secondo cui gli investimenti esteri dell’azienda taiwanese sarebbero volti a cautelarsi da un’eventuale crisi dello Stretto o invasione militare della Repubblica Popolare Cinese come “completamente prive di fondamento”. Una voce che si accoda alla presidente Tsai Ing-Wen che ha affermato come gli investimenti dell’azienda riflettano la sua crescente posizione di forza sul mercato piuttosto che segnalarne la debolezza di fronte alle pressioni statunitensi.

Come ha sottolineato Chris Miller, autore del monumentale libro Chip War, “aziende come Tsmc stanno affrontando numerose spinte per ripensare la geografia delle catene di approvvigionamento. Non è soltanto una richiesta dei politici… ma dei loro clienti soprattutto”. Tenere insieme esigenze di sicurezza e di libero mercato – in un settore che ha estremamente beneficiato della globalizzazione per la segmentazione del settore, con la nascita di aziende fabless estremamente innovative, di poche fonderie capaci di sopportare gli enormi costi di capitale della produzione in scala, dell’equipaggiamento per produrre semiconduttori al passo con la legge di Moore – rappresenta un dilemma che si manifesta di fronte al destino di Taiwan e dell’industria dei chip, nel contesto di competizione tra Stati Uniti e Cina.

La recente estensione della leva obbligatoria per i cittadini maschi taiwanesi evidenzia la percezione della minaccia proveniente dalla sempre più assertiva Cina. Pechino vede Taiwan come parte integrante del territorio cinese e non ha escluso il ricorso allo strumento militare per prevenire la sua indipendenza formale. Un conflitto che avrebbe ripercussioni molto gravi sull’economia globale, qualunque sia lo scenario di escalation.

 

 

 

 

 

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