Il politologo: “Meloni sul cuneo fiscale sta proseguendo, anzi rafforzando, la strada intrapresa da Draghi. Allora però non ricordo queste levate di scudi”. Salvini “non ha più il controllo del partito”. E il Pd? “Non trova una ragione di comunanza, se non la paura della destra”

Ci sono strane convergenze. Sulla manovra varata dal nuovo esecutivo il numero uno di Confindustria e il segretario della Cgil si dicono entrambi scontenti. Il presidente degli industriali sostanzialmente critica la flat tax e definisce “risibile” il taglio al cuneo fiscale. Il sindacalista sostiene che sia una misura che “colpisce i poveri”. Ma non è che questa Finanziaria che apparentemente scontenta tutti, sia invece ben fatta o quanto meno l’unica possibile in queste condizioni? Lo abbiamo chiesto a Lorenzo Castellani, politologo e docente di storia delle istituzioni politiche alla Luiss.

Castellani, come si spiega questo scontento trasversale alla manovra?

Le parti sociali devono, come elemento connaturato, quasi sempre fare la parte dello scontento. Fa parte in qualche modo del gioco dei ruoli. Aggiungo un altro elemento di contesto: essendo il primo governo politico dopo un lungo periodo di tecnici, anche i corpi intermedi si rinvigoriscono nello svolgere il loro ruolo di indirizzo politico. Nel merito: magari qualche correttivo ad esempio sul tema pensionistico poteva essere apportato. Ma, in linea di massima, mi sembra una finanziaria non spericolata e tutto sommato ben costruita. Non è peraltro trascurabile il fatto che i due terzi delle risorse vengano impiegate per far fronte al caro energia. Il contesto emergenziale è stato determinante. E non ce lo si può dimenticare.

Sul cuneo fiscale si poteva fare di più?

Giorgia Meloni su questo versante sta proseguendo, anzi rafforzando, la strada intrapresa dal suo predecessore. E, francamente, non mi pare che allora ci fossero queste lavate di scudi. Le aspettative su questa manovra erano oltremodo pessimistiche: si pensava che i mercati avrebbero reagito male e che lo spread sarebbe schizzato a livelli mai registrati in precedenza. Questo scenario apocalittico, fortunatamente, non si è verificato. Ma c’è di più. Se si fosse espansa la manovra con un deficit più elevato si avrebbero avuto non pochi problemi internazionali. Tutto scongiurato. 

Sul Quotidiano Nazionale lei ha scritto che c’è una bomba pronta a esplodere: la Lega. Che cosa sta succedendo?

È sotto gli occhi di tutti che, in questo momento, ci siano pezzi di partito – la ‘piattaforma nordista’ che si stanno riunendo e che hanno una linea apertamente anti-salviniana. Parallelamente ci sono i governatori che spesso hanno posizioni molto diverse rispetto a quelle di Salvini. In più c’è un gruppo di classe dirigente leghista che è scontenta per la gestione dei posti di governo: da Molinari a Centinaio. E Giorgetti va sempre più a braccetto con Giorgia Meloni. Insomma l’impressione è che il segretario non abbia più sotto controllo il partito. Il rischio che nei prossimi mesi parta una dinamica di competizione e di sfida contro Salvini è concreto. Anche perché lui ha poche frecce al suo arco. 

Lui ha però un ruolo chiave nell’Esecutivo. 

Sì e la premier Meloni è brava a gestire il rapporto con il segretario del Carroccio. Tuttavia lui ha in mano il ministero più centralista che c’è: quello alle Infrastrutture da cui dipende larga parte dell’attuazione del Pnrr. Questo paradossalmente collide con la vocazione autonomista che buona parte della base del partito reclama a gran voce. 

Che ne pensa dell’idea di un ‘Piano Mattei’ per l’Africa, lanciata dal premier?

L’intenzione è molto buona, la realizzazione richiede un percorso lungo. La prospettiva deve essere ad ampio raggio: il governo deve durare almeno altri due anni. Sia per realizzare gli obiettivi sul versante della gestione dei flussi migratori, sia per quelli di carattere energetico. In questo senso occorre, specie in Italia, superare i localismi e investire su nuove infrastrutture energetiche. Di pari passo si deve mettere in pratica l’impegno sull’Africa: portare lì investimenti dell’Eni ma non solo, insediare imprenditori e lavorare per aggiudicarsi gli appalti. Ma, soprattutto, se si decide di imboccare questa strada, se il governo decide di fare il rigassificatore a Piombino lo si realizza senza troppi indugi. È questo, a ben guardare, lo scoglio principale. La sovranità deve essere uno strumento al servizio dello sviluppo. 

Secondo lei Giorgia Meloni sta davvero pensando a un grande partito conservatore?

Potrebbe pensarci nel lungo periodo, ma non è fra le priorità di questo esecutivo. La variabile fondamentale sarà ‘l’aggancio’ europeo di un progetto di questo genere. L’idea di base potrebbe essere quella di costruire un’alleanza forte tra popolari e conservatori in Europa. E i popolari europei non vedono l’ora di aver a che fare con Giorgia Meloni: hanno capito che è una persona affidabile.

Oggi Elly Schlein è scesa ufficialmente in campo per guidare il Pd a livello nazionale. Chi la spunterà tra i candidati – più o meno palesi – che ambiscono a raccogliere il testimone da Enrico Letta?

Penso che per tentare di preservare tutte le varie anime che compongono il Pd, l’unico candidato che ha la statura sia Stefano Bonaccini. Se dovesse invece prevalere un’altra anima, nostalgicamente diessina, allora si apriranno altri scenari. Tendo a escludere una scissione netta, ma certamente il Pd in questo modo si legherebbe al Movimento 5 Stelle. Con la vision che ha Bonaccini, invece, potrebbe rimanere il partito perno del centrosinistra. Ma la crisi del Pd non è solo politica, ma è culturale. Questa sinistra non riesce a immaginare altro da se. Non trova una ragione di comunanza, se non la paura della destra. Molti si esprimono per assiomi dirigisti e occhettiani. C’è una tendenza a questo ritorno al passato, senza capire che il mondo è cambiato. 

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