L’incontro conferma la sostanziale volontà di dialogo tra gli attori arabi e Israele. Gli Stati Uniti puntano ad allargare i partecipanti, pensando alla Palestina, ma soprattutto all’Arabia Saudita

Alti funzionari di Stati Uniti, Israele, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Bahrein e Marocco si sono riuniti il 9 e 10 gennaio, ad Abu Dhabi per un incontro del Negev Forum con cui continuare a discutere dell’integrazione regionale — che passa anche dal dialogo avviato tra Israele e mondo arabo. Il primo risultato concreto è il rinnovo dell’appuntamento per un prossimo vertice ministeriale.

Lo scorso marzo, il Vertice del Negev è stato organizzato a Sde Boker (kibbutz la cui scelta fu simbolica, luogo in mezzo al deserto israeliano in cui David Ben Gurion, padre dello Stato ebraico, si ritirò dalla vita politica). Era stato un incontro regionale senza precedenti, organizzato in 72 ore, a cui aveva preso parte anche il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken — per dare un messaggio forte su quanto gli Stati Uniti sponsorizzino certi processi di integrazione.

Il risultato principale di quell’incontro fu un’intesa per creare un quadro di dialogo regionale permanente per aumentare la cooperazione, da cui aggiungere via via altri Paesi al processo. Il Forum del Negev è stato il passo più significativo avviato dall’amministrazione Biden e dai governi regionali per rafforzare gli Accordi di Abramo e il connesso processo di normalizzazione tra Israele e i suoi vicini arabi.

La conferenza internazionale degli scorsi due giorni è servirà a dare continuità e nuovi impulsi al processo. Ed è arrivata in un momento di relativa tensione, creata dalla mossa politico-propagandistica di uno dei ministri di destra radicale che Benjamin Netanyahu ha dovuto inglobare (per avere stabilità politica) nel nuovo governo — il quale ha avviato la sua azione da pochi giorni. A nemmeno due settimane dall’insediamento Itamar Ben Gvir ha visitato il complesso della Moschea di al-Aqsa, noto anche come Monte del Tempio o Haram al-Sharif, ignorando i tanti che lo sconsigliavano per evitare condanne e critiche — che sono arrivate da tutti gli angoli del mondo arabo.

Tuttavia, nonostante l’inciampo, Abu Dhabi — che dovrebbe essere la prima tappa all’estero di Netanyahu, ma il viaggio è stato di nuovo rimandato — ha ospitato il primo incontro dei gruppi di lavoro istituiti nell’ambito del processo del Negev. Temi delle discussioni i grandi argomento regionali: la sicurezza energetica, alimentare e idrica; i cambiamenti climatici; l’istruzione e l’integrazione culturale; il contesto politico e securitario; crescita e sviluppo economico e tecnologico.

Gli Emirati hanno trovato spazio all’interno di queste dinamiche di dialogo regionale (e non solo, come dimostrano alcuni passaggi sul conflitto russo in Ucraina). Il Paese di Mohammed bin Zayed ha recentemente annunciato un piano economico mastodontico da 8.700 miliardi di dollari per Dubai, con il quale nel prossimo decennio si intende dare un impulso al commercio, agli investimenti esteri e al suo ruolo di hub globale. Cercare di abbinare certi obiettivi ad attività politiche ampie è parte della strategia emiratina.

D’altronde, dopo il vertice del Negev della scorsa primavera era importante dare dimostrazione che non era stato solo un incontro, ma piuttosto si stava costruendo  un’infrastruttura e un processo orientato sugli interessi più diretti delle popolazioni coinvolte e di quelle che potevano esserlo — tra queste la Palestina, che però finora si è rifiutata di partecipare nonostante fosse stata invitata direttamente da Joe Biden durante un incontro con Mahmoud Abbas.

Abu Dhabi ha colto l’opportunità non solo simbolica di fare da scenografia; il nuovo ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen, ha ricambiato esprimendo il suo impegno. Nonostante il vertice sia un’eredità del governo precedente, per Israele è una priorità strategica da cui Netanyahu non intende tirarsi indietro.

Anche perché, all’incontro ha partecipato una delegazione statunitense che comprendeva circa 40 funzionari e diplomatici: guidata dal consigliere del dipartimento di Stato Derek Chollet, comprende figure da Foggy Bottom, dell’Usaid, del dipartimento della Difesa, del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie e di altre agenzie governative. E davanti a questo, anche Israele, Egitto, Marocco, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti hanno inviato delegazioni interagenzie di alto livello.

Dagli incontri dei gruppi di lavoro ci si aspettano proposte su progetti tangibili che incoraggino l’integrazione e la cooperazione regionale. I funzionari americani fanno passare un messaggio: si sente la necessità di dimostrare alla popolazione della regione che questi incontri hanno un significato concreto nella loro vita quotidiana e che possono permettere di realizzare cose importanti per la persone.

“Ciò che si sta preparando per questi incontri non è solo simbolico, ma si sta parlando di modi in cui cercheremo di creare energia più pulita per la popolazione della regione, che fornisca maggiore sicurezza alimentare, di migliorare l’accesso a una migliore assistenza sanitaria per la popolazione della regione, di garantire che la regione sia meglio integrata in termini di sicurezza”, ha spiegato un alto funzionario del dipartimento di Stato a Barak Ravid di Axios.

L’obiettivo — condiviso sia da israeliani e arabi, che dagli americani — è rendere il dialogo del Negev un format che possa durare, espandersi nel tempo e fare da catalizzatore per l’integrazione regionale. L’idea di allargarlo alla partecipazione palestinese, più o meno condivisa da tutti, è pensata per esempio non per sostituire le dinamiche della questione in corso con Israele, ma per far diventare il vertice e le sue attività un vettore con cui migliorare le condizioni di vita dei palestinesi (e magari innescare successivamente colloqui più proficuo con Israele). Non a caso il dipartimento di Stato nel suo comunicato sull’incontro batte sul tema palestinese. 

Anche alla luce di ciò, il grande progetto di allargare alla Giordania e soprattutto all’Arabia Saudita il dialogo sarebbe un successo storico. Significherebbe che il Paese che custodisce i luoghi sacri islamici (e principale potenza regionale) sederebbe a un tavolo negoziale formale con lo Stato ebraico. Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, l’amministrazione Biden è stata molto chiara sul fatto che la normalizzazione è un obiettivo strategico da perseguire; e per questo dà spinta al formato del Negev. Anche Netanyahu ha fissato questo target tra i risultati che vorrebbe ottenere in politica estera.

Non è un caso se Ron Dermer, ministro israeliano per gli Affari strategici, era a Washington lunedì — in coincidenza con gli incontri di Abu Dhabi— per un colloquio con alti funzionari della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato. Mentre nei prossimi giorni, il consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense, Jake Sullivan, sarà in Israele.

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