Intervista all’economista e docente a Tor Vergata. Gli aumenti dei tassi non si esauriranno a breve e quest’anno il Pil dell’Europa rallenterà, incluso quello italiano, per questo la stretta monetaria non va sottovalutata. Francoforte si è messa in scia alla Federal Reserve anche per difendere l’euro dallo strapotere del dollaro. La Cina? Con la guerra di Putin sarà costretta a destreggiarsi tra Occidente e Russia

 

C’è da preoccuparsi della repentina sterzata monetaria della Banca centrale europea. Non è il caso di farsi prendere dal panico, ma nemmeno di ignorare il problema. Il denaro, da quando Christine Lagarde ha messo mano ai tassi, a partire dallo scorso 21 luglio, costa molto di più in Europa. Ad oggi i depositi si aggirano sul 2% ma è lecito aspettarsi un tasso al 4% entro metà anno. Il che, dice a Formiche.net l’economista e docente di Economia monetaria a Tor Vergata, Michele Bagella, non è il classico buon programma.

La Banca centrale europea sembra essere finita sotto il fuoco di quei governi, Italia e Portogallo, su tutti, che temono per la tenuta del proprio debito in seguito a nuove e sicure, pare, strette monetarie. Le sembra una paura giustificata?

L’aumento del tasso di rifinanziamento principale di cinquanta punti base da parte della Bce preoccupa per varie ragioni. La prima è che non sembra che gli aumenti si fermino qui. La seconda è che il quadro d’incertezze che caratterizza l’economia europea e mondiale è tutt’altro che in caduta.

Non sembra molto confortante come programma…

Anche a parità di prezzo dell’energia, nei prossimi mesi il ciclo sarà caratterizzato da un rallentamento del tasso di crescita del Pil, che per i Paesi molto indebitati come l’Italia è una pessima notizia per la stabilità sua e dell’Ue. Ma c’è anche una terza ragione.

Ovvero?

L’aumento del prezzo del credito, aumentando le difficoltà delle imprese, già provate dalla risalita del costo dell’energia, rischia di avere effetti negativi sull’occupazione e sulla stabilità sociale.

Bagella, molti economisti hanno fatto notare come sia profondamente sbagliato portare avanti una politica monetaria restrittiva per contrastare un’inflazione non imputabile alla domanda, bensì alla crisi energetica e alla guerra. Sacrificando così quel poco di crescita post pandemica. Lei che cosa si sente di dire?

L’inflazione attuale nell’Ue è stata innescata dal forte aumento del prezzo del gas e petrolio, seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Tale aumento, riversandosi sui prezzi di tutti i beni, ha determinato un’inflazione da costi. Non è stato l’aumento della quantità di moneta in circolazione nell’Ue a provocarla. Basta ricordare quanto affermava mesi fa la presidente Lagarde sulla sua natura momentanea. C’è però un’altra ragione da tenere presente.

Quale?

La Bce, nelle condizioni attuali, è spinta a seguire la politica antinflazionistica della Fed dal timore di vedere il tasso di cambio dell’euro precipitare nei confronti del dollaro, con conseguenze negative per la bilancia dei pagamenti dell’Ue.

In effetti, la Federal Reserve ha sempre avuto ascendente sulle decisioni dell’Eurotower…

Intendo dire che l’andamento del tasso di cambio euro/dollaro, essendo sensibile alle variazioni dei tassi d’interesse, di sicuro ha inciso sulle decisioni della Bce appena prese.

Cambiamo argomento. La grande sfida dell’Italia nel 2023 si chiama Pnrr. Dove davvero la politica e le amministrazioni non debbono e non possono fallire?

Il governo e le amministrazioni devono rispettare gli impegni presi su scadenze e riforme. Non so cosa si sono dette Meloni e von der Leyen su questo tema, ma ritengo che le modifiche al Piano, se ci saranno, saranno quelle concordate con la Commissione.

La Cina sembra sempre più incapace di governare certi processi, a cominciare dalla pandemia, per arrivare fino al suo mercato immobiliare, in profonda crisi. Le sembra corretto parlare di una Cina malata o quanto meno acciaccata? Ed è questo un problema per il mondo?

Che la Cina stia attraversando un momento difficile lo indicano sia i dati sull’andamento del Pil, ma soprattutto le conseguenze della guerra di Putin sul futuro della globalizzazione. Grazie al suo ingresso nel Wto, la Cina in poco più di vent’anni è cresciuta con una velocità impressionante. La guerra, deteriorando i rapporti commerciali internazionali, ha aumentato il rischio-Cina, ponendola di fronte a un problema di come destreggiarsi in futuro tra Russia e Occidente, con conseguenze che a tutt’oggi non appaiono positive per la sua economia e di conseguenza per il mondo.

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