Il 2022 si è chiuso con l’ennesimo allarme rosso sul disastroso stato delle finanze locali e centrali del Dragone. E adesso il governo ha deciso di intervenire, imbastendo in fretta e furia un meccanismo a base di compensazioni che salvi le province dal crack. Mentre il Paese riapre, ma con lo spettro del Covid sempre ben presente

Il 2023 sarà l’anno del debito per la Cina. Non che ci fossero particolar dubbi, visto che, come raccontato da Formiche.net l’economia del Dragone è ormai ostaggio permanente del suo stesso debito, centrale o locale che sia. Il bubbone ha cominciato a gonfiarsi a dismisura con le prime avvisaglie di insolvenza nel mercato immobiliare, per poi contagiare le immense province dell’ex Celeste Impero, indebitate ma soprattutto poco liquide verso le banche. A tal punto da essere costrette a emettere continuamente bond per finanziare il passivo accumulato in oltre dieci anni.

E così, a gennaio e prima del capodanno lunare, non è sbagliato affermare che Pechino viaggia a vele spiegate verso una maxi-insolvenza di Stato. Qualcuno però, magari lo stesso presidente cinese Xi Jinping, si deve essere posto il problema, persino messo un po’ di paura. Altrimenti come si spiegherebbe il piano messo in piedi nelle ultime settimane del 2022 proprio per prevenire una crisi sistemica su larga scala. E il punto di partenza sono sempre loro, gli enti locali.

La Cina è pronta a risolvere adeguatamente il suo debito pubblico che permea le finanze degli enti locali. E per farlo, il ministero delle Finanze del Dragone ha deciso di predisporre un meccanismo che possa prevenire eventuali default a livello periferico. Quello che Pechino vuole assolutamente scongiurare è il rischio di un effetto a cascata sulle finanze pubbliche. Se dovessero cominciare a saltare i governi locali, il passo per arrivare al cuore politico ed economico del Paese, sarebbe breve.

Non sono ancora chiari i dettagli del paracadute al quale stanno lavorando sia la vigilanza bancaria e finanziaria, sia lo stesso governo cinese. Ma l’asse portante dovrebbe essere la corretta ed equa ripartizione dei passivi tra debitori e creditori. In altre parole, una sorta di compensazioni che possano permettere ai creditori di rientrare del debito ma senza mandare a gambe all’aria i debitori. Una cosa è certa, lo Stato non interverrà, rimanendo fedele al principio, esposto dallo stesso esecutivo cinese mesi fa, che vuole il partito poco disposto a mettere soldi dei contribuenti nella risoluzione delle crisi finanziarie.

Tutto questo mentre il Paese continua a vivere sospeso tra il sogno delle riaperture e l’incubo del Covid. Quasi il 90% dei residenti dell’Henan, la provincia più popolosa della Cina, è risultata infettata dal Covid. Nel dettaglio, l’89% della popolazione ha contratto il virus al 6 gennaio, ha dichiarato il funzionario sanitario locale Kan Quancheng. È l’equivalente di 88,5 milioni di persone sui quasi 100 milioni di abitanti della provincia.

Il boom di contagi, e qui l’altra faccia della medaglia, avviene in concomitanza al nuovo corso della politica sanitaria della Cina, decisa ad allentare la linea del rigore mantenuta per oltre tre anni. Pechino ha riaperto le frontiere e sta cercando di rilanciare i flussi turistici, ma la fine della sua zero Covid policy ha contribuito a un exploit sempre più preoccupante di contagi e vittime. L’economista Alberto Forchielli, su Twitter, non la tocca piano: “In Cina la situazione del Covid è davvero esplosiva. Ci sono fabbriche che hanno l’80-90% di dipendenti malati. Gli esperti stimano 250 milioni di casi e due milioni di morti entro l’anno”.

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