La mossa degli Stati Uniti andrebbe rilanciata con un tavolo di confronto transatlantico, per capire come dare piena attuazione al ridisegno delle catene del valore secondo il concetto del friendshoring, favorendo così gli investimenti americani in Europa. Intervista al consigliere delegato delegato della American Chamber of Commerce in Italy

Competere è giusto, persino sano. Basta non finire muso contro muso, con il rischio di farsi male tutti e due. Stati Uniti ed Europa stanno ingaggiando una corsa al sostegno alle rispettive economie. Washington con il l’Inflation reduction act, gittata di 370 miliardi di dollari, Bruxelles, con un pacchetto in via di definizione, che vedrà la luce non prima del Consiglio europeo dell’8 febbraio. Forse, dice a Formiche.net Simone Crolla, consigliere delegato delegato della American Chamber of Commerce in Italy, è un bene, perché si può migliorare insieme, anche se si è in gara.

Gli Stati Uniti hanno inaugurato l’era del sussidio all’economia, con un vago retrogusto protezionista. L’Europa è chiamata a una risposta e qualcosa si sta già muovendo a Bruxelles. Della sana competizione, senza colpi bassi, può far bene all’economia globale?

Partiamo da un presupposto: viviamo in un contesto internazionale profondamente diverso rispetto a quello di qualche anno fa.
La pandemia e il conflitto in Ucraina hanno cambiato la traiettoria geopolitica globale, in cui si inserisce la competizione tra Usa e Cina.
Se consideriamo la situazione attuale, perciò, non credo che una pura competizione tra Usa ed Europa possa giovare al blocco transatlantico, che oggi dovrebbe concentrarsi su piattaforme progettuali condivise e progetti d’investimento comuni per rispondere alle sfide cinesi, come la Belt and Road Initiative.

Allora più che di sfida, sarebbe più sensato parlare di opportunità?

Il fatto che gli Usa abbiano varato l’Inflation and Reduction Act (Ira) non deve essere vista come una sfida all’attrazione degli investimenti in Europa, visto che ormai è sempre più evidente come sia fondamentale avere stabilimenti produttivi su entrambi i lati dell’Atlantico per le aziende che mirano a essere pienamente competitive. La mossa degli Stati Uniti, anzi, andrebbe rilanciata con un tavolo di confronto transatlantico su come dare piena attuazione al ridisegno delle catene del valore secondo il concetto del friendshoring, favorendo quindi gli investimenti americani in Europa secondo il paradigma della sicurezza come primo fattore da valutare. Ora, c’è una domanda di fondo.

Ovvero?

Quale dovrebbe essere l’obiettivo da raggiungere? Tornare a discutere un trattato tra Usa e Ue, che affermi nuovamente la leadership transatlantica.

Nella corsa al sostegno delle rispettive economie e delle rispettive industrie tra Usa ed Europa, resta un tono tutto sommato amichevole, come si vuole tra due alleati. Condivide tale lettura?

Condivido questa lettura in parte. Certamente le recenti decisioni americane non devono essere viste come una sfida ostile nei confronti dell’Europa e i più avveduti osservatori lo hanno ben compreso. Tuttavia, alcune prese di posizioni industriali e politiche – mi riferisco ad alcune uscite di Germania e Francia – hanno creato un clima più teso con gli Usa, dipingendo l’Ira come una minaccia di alcuni settori europei, come l’automotive, già molto esposti nei confronti della Cina.

L’Europa va ancora una volta in ordine sparso. Un film già visto…

Il problema europeo è che fatica d affermarsi un’autentica agenda di priorità europea, lasciando spazio alle agende nazionali che spesso si scontrano con le esigenze industriali dell’Europa tutta. La priorità europea deve essere oggi di stringere ancora di più i legami con gli Usa, guidati da una delle amministrazioni più pro-europee di sempre, evidenziando i punti di convergenza e lavorando per appianare e smussare le ovvie differenze.

Crolla, se Stati Uniti ed Europa aumenteranno la propria competitività, proprio grazie ai rispettivi piani industriali, la Cina potrebbe fare un po’ meno paura?

Un rafforzamento contestuale di Usa e Europa – il Ttip (il Trattatto transatlantico sul commercio e gli investimenti, ndr) sarebbe servito proprio a questo scopo – metterebbe la Cina davanti a una verità evidente oggi a pochi: il blocco transatlantico è il principale mercato mondiale, è una straordinaria piattaforma produttiva e tecnologica, capace di dettare le regole e di affermare la propria leadership.
Siamo padroni del nostro destino, spetta solo a noi decidere cosa diventare da grandi.

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