Il ministro russo Lavrov spinge la narrazione del Cremlino in Africa, parte fondamentale della strategia con cui la Russia intende promuovere i propri interessi nel continente, spiega Tafuro Ambrosetti (Ispi). Il viaggio arriva contemporaneamente a quello della segretaria al Tesoro statunitense e poco dopo della visita del ministro degli Esteri cinese

Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, è partito per una visita articolata all’interno del continente africano. Un tour in cui ha già toccato il Sudafrica, per poi muoversi verso Eswatini, Botswana, Angola, Tunisia, Mauritania, Algeria e Marocco (non è stata diffusa, anche per ragioni di sicurezza, un’agenda ufficiale). Un viaggio che inizia nei giorni in cui diversi alti funzionari statunitensi hanno visitato il continente – tra questi la segretaria al TesoroJanet Yellen, e prima ancora la sottosegretaria di Stato Victoria Nuland, appuntamenti che hanno messo in attività operativa il vertice sull’Africa ospitato a dicembre alla Casa Bianca.

Non è da escludere che questo rinnovato interesse statunitense al continente non sia tra le ragioni che hanno contribuito all’ideazione, in questo momento, del tour – sebbene il viaggio di Lavrov si inserisca in una serie di contatti diplomatici, molti orientati proprio all’Africa, che Mosca sta portando avanti da tempo.

Contemporaneamente c’è stata anche la visita in Africa del ministro degli Esteri cineseQin Gang – la prima dell’anno come da tradizione trentennale e la prima personale. Con Pechino, Mosca condivide una serie di contatti e relazioni, ma c’è una dimensione competitiva nella proiezione in ambienti terzi: come succede nell’Asia Centrale, per esempio, o in Medio Oriente. Le varie esercitazioni congiunte servono a tenere aperta una connessione tattica in mezzo a distanze di interessi strategici. Mosca cerca di mostrarsi come potenza di riferimento nel Sud del Mondo, così come la Cina – una sovrapposizione che non significa necessariamente cooperazione.

A luglio (26-29), San Pietroburgo – feudo del potere putiniano – ospiterà a luglio il secondo vertice Russia-Africa: un appuntamento importante se si considera che il primo, nel 2019, è stato considerato come la grande mossa per proiettare la strategia della russa nel continente. Un evento del tutto simile a quello ospitato dalla Casa Bianca lo scorso mese, su cui quest’anno potrebbe però anche gravare il peso della guerra in Ucraina e dei suoi effetti, molto pesanti per esempio sul piano della sicurezza alimentare (come dimostrano recenti sondaggi).

La prima tappa in Sudafrica è significativa: la visita di Lavrov è stata preceduta dalla notizia che a febbraio si svolgerà tra le acque sudafricane un’esercitazione navale congiunta tra la marina militare sudafricana, russa e cinese – e Mosca invierà un assetto dotato di tecnologie missilistiche ipersoniche (mossa utile anche come show di capacità, mentre combatte contro Kiev). Lavrov è arrivato con un anticipo di due giorni sulla tabella di marcia di Yellen (e potrebbe non essere casuale, sebbene certi incontri hanno una preparazione non immediata) e ha scambiato con le controparti locali visioni “comuni” sulle attività dei BRICS – l’ insieme dei Paesi emergenti composto da Brasile, Russia, India, Cina e appunto Sudafrica, che quest’anno presiede il gruppo, a cui sono recentemente arrivate varie richieste di adesione (tra cui quelle africane di Egitto e Algeria, Nigeria e Senegal).

Il Sudafrica è probabilmente il più importante alleato russo nel continente, e ha tenuto una posizione ferma sulle condanne occidentali all’invasione ucraina, cercando di influenzare anche altre nazioni africane. La linea di Pretoria è neutrale, secondo la presidenza di Cyril Ramaphosa, ma dal suo governo sono state sollevate anche frecciate all’Occidente, criticato per le incongruenze nella reazione all’attacco russo – la ministra degli Esteri, che ieri ha visto Lavrov e ad agosto incontrato il collega americano Antony Blinken, si è per esempio detta preoccupata dell’Ucraina tanto quanto dell’occupazione israeliana della Palestina .

“Le narrazioni sui doppi standard occidentali e gli atteggiamenti paternalistici risuonano bene in Africa e si rifanno alla storia dell’URSS come sostenitrice dei movimenti anticoloniali: oggi sono una parte fondamentale della strategia di soft power di Mosca nel continente”, spiega Eleonora Tafuro Ambrosetti, esperta di spazio post-sovietico dell’Ispi. Di conseguenza, la confluenza dei sentimenti anti-imperialisti, delle rimostranze anti-occidentali e delle frustrazioni economiche e di sicurezza da parte degli Stati africani sembra aver portato alcuni benefici tangibili alla presenza russa nel continente.

Quest’attività russa ruota tanto attorno alle opportunità economiche (investimenti in agricoltura, nel settore energetico e in alcune nuove tecnologie) e in sicurezza, con l’obiettivo primario di proteggere i propri interessi sul piano delle relazioni internazionali. Per esempio, quando diversi Paesi africani hanno votato contro le risoluzioni che condannavano l’invasione russa, per Mosca è stato un successo di carattere politico-diplomatico, perché ha contribuito a spingere la narrazione di una Russia non isolata.

“Inoltre il Sudafrica – ricorda Tafuro Ambrosetti a Formiche.net – per la Russia è importante anche per tentare di aggirare le sanzioni attorno ai pagamenti in dollari. In questo, vale la pensa ricordare che il blocco BRICS ha già iniziato a concedere prestiti dalla sua New Development Bank e a condurre scambi usando valute nazionali”.

Negli ultimi mesi, le linee di frattura politiche e securitarie si sono esacerbate. Quello che accade in Africa è tanto più importante in quanto la guerra in Europa ha imposto un ripensamento dell’ordine globale. Un certo grado di unità potrebbe aumentare la capacità africana nell’evitare di finire coinvolta in dispute globali per procura e di sopravvivere a un campo di battaglia ideologico in stile Guerra Fredda. Ma intanto il forcing è spinto.

Le campagne di cooperazione e comunicazione della Russia in materia di sicurezza stanno avendo sempre più successo anche perché si svolgono sovente in un contesto di instabilità politica e di vuoto di potere, spesso occupato da gruppi armati (in diversi casi connessi con le sigle del terrorismo internazionale). Si è creata una sostanziale insicurezza, chiaramente percepita dai cittadini locali come un freno allo sviluppo e prima ancora alla vita quotidiana. Nascono da qui i colpi di stato, spinti sotto le accuse a governi e istituzioni collegate di non riuscire a difendere la sicurezza delle collettività. Davanti alle necessità dei golpisti – di solito provenienti dagli ambienti militari – la Russia ha risposto anche offrendo le collaborazioni securitarie attraverso il Wagner Group.

È ciò che è avvenuto in Mali, per esempio, che ha provocato il ritiro delle forze di sicurezza francesi ed europee, e sta avvenendo in Burkina Faso (dove in queste ore la giunta al potere ha chiesto l’uscita delle truppe francesi dal proprio territorio). Secondo l’analisi di Tatiana Smirnova, del Centre Francopaix, contrastare l’influenza russa nel Sahel è un compito impegnativo sia per l’Europa che per il Nord America, “perché questi ultimi spesso non comprendono la natura delle controverse relazioni dei Paesi dell’Africa occidentale con Mosca, che non patrocina queste nazioni sulla democrazia e si affida alla nostalgia dell’era sovietica per [offrire] un percorso alternativo”.

Sebbene gli Stati nazionali africani abbiano percorsi storici unici e siano motivati da imperativi politici diversi, la storia è una questione comune al centro delle posizioni di di diversi di questi nei confronti della Russia. Come sulle ricostruzioni storiografiche strategiche attorno al ruolo svolto da Mosca nella Seconda guerra mondiale, usate per spingere il nazionalismo tra i russi, la narrazione del Cremlino gioca con l’Africa su determinati argomenti. L’obiettivo è poter spingere il proprio consensus all’interno di un mondo in cui l’attecchimento di certe narrazioni è facilitato dalle difficoltà che varie crisi multidimensionali presentano.

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