A due mesi dalla sofferta ricapitalizzazione, Borsa e investitori sembrano credere alla rinascita della banca più antica del mondo, che ora è pronta per convolare a nozze. Chiusi i capitoli esuberi e sofferenze, il premier punterà a creare un terzo polo bancario. E punta a scongiurare il rischio di svendite

Il mercato ci crede, gli investitori anche. E i vertici della banca più antica del mondo sono decisamente più tranquilli, rispetto ai giorni difficili di ottobre e novembre, quando la ricapitalizzazione era in bilico. Per il Monte dei Paschi di Siena ora si apre davvero la fase due, quella che dovrebbe portare dritta alle nozze di Rocca Salimbeni con un istituto dalle spalle larghe e al disimpegno dello Stato, oggi azionista al 64%.

L’aumento da 2,5 miliardi, sottoscritto in larga parte dal Tesoro (1,6 miliardi) e successivamente blindato dal raccordo tra anchor investor e fondazioni bancarie, grazie alla tela allestita dal presidente dell’Acri, Francesco Profumo, ha gettato le basi per una nuova era industriale per Siena. Ora serve solo un segnale della politica, del governo, insomma di Giorgia Meloni e, naturalmente, Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia. Le per rimettersi alla ricerca di un compratore, dando vita a un nuovo polo bancario, ci sono tutte.

La Borsa, che per una banca quotata è sovrana, o quasi, ha accolto bene le parole del ceo di Rocca Salimbeni, Luigi Lovaglio, artefice della ricapitalizzazione e del nuovo piano industriale. Il titolo, dopo un 2022 decisamente horror per il titolo (ai primi di novembre Mps valeva poco più di due miliardi in Borsa, meno dell’aumento di capitale stesso), a cavallo tra il 2022 e il 2023 Siena è tornata a correre sui listini.

Lo stesso Lovaglio, non a caso, ha ostentato sicurezza, spiegando come la banca senese non sia più “un problema sistemico per l’Italia” e, confermando i target del piano, che Mps potrebbe anche anticipare, e prevedendo per Siena un ruolo da protagonista nel risiko bancario. Per il ceo, che ha confermato la “credibilità del target di 700 milioni di utile al 2024”, ci sono insomma “i presupposti per far emergere il grande valore della banca”. Restano però dei nodi, a cominciare dalla gestione degli oltre 4 mila esuberi e dallo scarico delle sofferenze di cui Mps è ancora imbottita. E poi il ricollocamento delle filiali del Sud.

Ma tutto ciò premesso, la fase due è già cominciata. Formiche.net ha interpellato ambienti vicini a Siena per capire le prossime mosse del governo e capire se e quando le nozze di Mps verranno celebrate. Tanto per cominciare, spiega la fonte, non è vero che la banca può rimanere da sola, ambendo allo standing alone. Mps ha e avrà necessariamente di uno sposo, viene raccontato, per due motivi: primo, se dal punto di vista patrimoniale l’istituto è finalmente risanato (la Bce ha sbloccato la distribuzione di dividendi), da quello commerciale è ancora carente. Dunque, la rete non reggerebbe. Secondo, il Tesoro deve necessariamente uscire dall’azionarato, così come pattuito con l’Europa.

Cosa faranno Meloni e Giorgetti alla luce di tutto questo? Nei piani del premier ci sarebbe l’idea di creare un terzo polo, creando i presupposti per la nascita di un nuovo baricentro del credito. E, per farlo, sarebbe disposto a gestire direttamente la partita, in raccordo con il direttore generale del Tesoro, sia che rimanga l’attuale, Alessandro Rivera, sia che nell’ambito dell’imminente tornata di nomine, il numero due del Mef cambi.

Non è tutto. Meloni potrebbe negoziare il disimpegno di Via XX Settembre con maggior forza, perché sul mercato finirebbe una banca non più disastrata ma irrobustita. Questo, è il messaggio, consentirebbe al governo italiano di non incappare in svendite di un asset strategico, da qualunque parte la si voglia vedere.

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